giovedì 10 settembre 2026

Muoversi per approssimazione

 


Mi sveglio, o meglio vengo svegliato da una carezza di aria fresca: una sensazione un po’ strana dopo giornate torride e di caldo intenso. All’afa, alle forze consumate e ridotte, a quella strana demotivazione che ti toglie il gusto di compiere anche il gesto più piccolo, mi ero quasi abituato. Poi arriva la carezza leggera dell’aria, quella del primo mattino, insieme al rumore sottile di una pioggia che sembra quasi vergognarsi di presentarsi così in ritardo, dopo che per giorni l’abbiamo implorata di farci visita. L’abitudine, anche alle situazioni più scomode, si trasforma in normalità e rassegnazione; poi basta un nulla, un soffio leggero, e percepiamo un cambiamento. Non è tanto l’abitudine a spaventarmi, quanto la perdita di sensibilità verso il più piccolo gesto, o segno di cambiamento. Mi spaventa il non essere più capace di cogliere la fragilità del bello e del nuovo: qualcosa che nasce, ed è sempre stato presente, ma resta nascosto nella sua discrezione, nel suo fare poco rumore e poco clamore. Ci si sveglia presto al mattino, quando tutto il resto ancora tace, proprio per allenare questa capacità di ascolto sottile, che sfugge alle logiche dell’essere utile a qualcosa o a qualcuno. Ci si alza presto, quando le luci iniziano il loro riverbero lento e costante, il buio si dirada e si vede più chiaro. Si prova ad abitare quel confine invisibile tra la notte e l’arrivo del giorno: a fermarsi nel mezzo, nelle linee di frattura tra il buio e la luce. La prima cosa che faccio è guardare fuori; così mi accorgo che la luce arriva più tardi, che le giornate si sono accorciate. Guardo e ascolto il silenzio del quartiere. Anche la notte, spesso, è attraversata da voci e situazioni improvvise; così, al mattino, qualche traccia di quel risveglio resta nella memoria, e viene spontaneo chiedersi che cosa sia successo. Non si può tracciare una linea netta di separazione tra la notte e il giorno, tra il bene e il male: tutto è interconnesso, e bisogna imparare ad abitarlo. Un po’ come fanno i monaci e le monache, che scelgono di fare voto di stabilità: restano fedeli al luogo in cui hanno scelto di vivere. Essere fedeli significa fidarsi che proprio lì ci siano tutti gli elementi necessari per fiorire. Anche in un posto come questo, dove ormai vivo da tredici anni? Un quartiere in cui si può trovare di tutto: un cantiere di umanità, attraversato da contraddizioni evidenti e da fatiche che, a volte, si mostrano apertamente, mentre altre restano nascoste. È un quartiere che porta con sé un’etichetta, ma nessuna definizione riesce davvero a contenerlo: lo si può soltanto descrivere per approssimazioni.

“Muoversi per approssimazione”, ecco come descriverei la mia preghiera; o meglio, il modo in cui il tempo vissuto in questo scampolo di umanità ha modellato e forgiato il mio stare in intimità con Dio. Ogni volta che mi fermo ed entro nella preghiera, permetto che avvenga un movimento interiore, un andare verso, procedendo per “avvicinamenti” costanti. Non è certamente una tecnica, né una palestra dello spirito: è una postura dell’esistere, un modo di stare nella relazione, di abitare e ascoltare il proprio sé, rispecchiandosi nel volto dell’Altro. Questo “muoversi per approssimazione” non è mai disincarnato, né tende a creare un luogo in disparte; al contrario, è forgiato, modellato, scomodato, chiarito e svelato da tutto ciò che è profondamente presente nel quotidiano. Allora ecco la voce del vicino che, nella stanza accanto alla mia, parla da solo, canta in modo strano, bestemmia arrabbiato, senza che si comprenda bene perché o contro chi; la sua voce, quella voce, si fa prossima senza chiedere permesso, ed entra e pone domande al mio stare in preghiera: tu che cerchi la quiete, lo star bene nella vita, la pienezza di vita, perché a me è negata? Qual è il perché della mia vita faticosa e spezzata? Di questo vicino non conosco il volto, non ho mai avuto l’occasione di incrociarlo, lui non è un volto, è una voce che irrompe, un grido a volte.

“Muoversi per approssimazione” vuol dire anche lasciarsi svelare dall’altro: è riconoscere che non siamo autosufficienti, che non bastiamo a noi stessi, e che è assolutamente forviante convincersi che siamo gli unici padroni di noi stessi. Lo trovo un abisso incolmabile: un’eco sordo e un’unica nota che pretende essere melodia e sinfonia, senza l’interconnessione con le altre. A me questo non basta.


Uno dei miei vicini di appartamento, come da abitudine si affaccia dal balconcino che abbiamo in comune, getta lo sguardo dentro la mia stanza e dietro la domanda: “che fai?”, ho imparato a riconoscere una richiesta: devo dirti una cosa, mi ascolti? Mi alzo e lo raggiungo, ci sporgiamo insieme e mi prende la mano, me la stringe, con questo gesto molto concreto sembra che sposti il divisorio che separa in due il nostro balcone. “Vado via, debbo cambiare casa, sono contento che ho trovato un’altra sistemazione, non starò più qui, volevo dirtelo. Il resto della conversazione mi permette di comprendere come in questi anni mi ha percepito, visto e perché mi ha sempre dato un saluto caloroso, del suo interessarsi al mio lavoro, alla salute di mia madre. Mi sono reso conto che anche in questo caso, senza che ne fossi pienamente consapevole, ci siamo “mossi per approssimazione”, un passo alla volta, una condivisione dopo l’altra consegnata anche sul pianerottolo, un rispetto costruito per fiducia reciproca pur nella diversità culturale, di storia e di età.

Mentre porta via le sue ultime cose, e lo vedo che va, io mi rendo conto che resto ancora qui: sono tredici anni che il mondo intorno mi cambia continuamente, ma io sono ancora qui, dentro questo movimento di approssimazione.  


sabato 4 aprile 2026

Lo sguardo sovversivo. Pasqua 2026

     


Restare dentro lo sguardo di qualcuno, è un atto di intensa umanità; gli occhi ridefiniscono i contorni di un incontro, con le tinte forti e delicate del rispetto reciproco; è spesso un istante, un battito di ciglia che ti fa perdere la cognizione del tempo e per un infinitesimo attimo, diventa eterno, tempo sospeso. Sentirsi raggiunti dallo sguardo di chi ti è di fronte, è come percepire la leggerezza di una mano che ti incrocia e chiede accoglienza, bisogna aver frequentato spesso e sostato a lungo nella propria libertà interiore, per non spaventarsi di tanta vicinanza, altrimenti sarebbe solo un’occasione persa. Lo sguardo che ti raggiunge chiede alle parole di placare i suoni, di rallentare i ritmi, di lasciare lo spazio vuoto, perché se d’incontro e d’incontrarsi si tratta, questo è possibile solo nel momento in cui nulla è trattenuto, controllato o determinato. Lo sguardo di chi ti sta davanti è anche sovversivamente pericoloso, si avvicina alla tua coscienza e la abita silenziosamente, la abita con te senza proferire parola. Ma allo stesso tempo è straordinariamente destabilizzante, perché ti conduce dove faresti fatica ad andare, ossia dove potresti essere semplicemente fragile, ma la fatica non è nel riconoscersi fragili, ma nel sentire quella fragilità amata e non banalizzata, accolta anche se a volte non condivisa.

    Oggi manca la capacità di guardarsi gli uni gli altri, di lasciarci raggiungere lì dove siamo e come siamo, affolliamo il tempo di parole violente e manipolatrici, descriviamo e determiniamo l’altro a nostra misura e a favore della nostra prepotenza. “Guardate cosa dovete apprezzare di me”, è il comando/pretesa ossessivo di questo tempo.


“In quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e GUARDÒ GLI OCCHI DI PIETRO, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto”

                                                                                                                                                    Lc 22,60-61

    Dio guarda dal basso, i suoi occhi sono di un uomo tradito, vittimizzato, escluso, non è lo sguardo di chi ha potere. Dio non è al posto degli ultimi, perché potessimo vedere gli ultimi, Dio in Gesù è ultimo. Ed è ultimo non per darci un esempio o mostrarci un insegnamento, ma perché il suo riverbero, la sua infinita grandezza, il suo sconfinamento, il suo esistere, non possono che coincidere completamente e materialmente nell’essere ultimo. Gesù non è lo sconfitto, la vittima, il “poveretto”, ma è ciò che l’amare produce quando è coerente, ostinato e senza misura.

  


 Nella sua paura, nella sua fragilità, nel suo disorientamento, nel suo cercare maldestro, Pietro ha incrociato questo sguardo…non fu un giudizio, ma una resurrezione, anche se doveva ancora attendere.

Buona Pasqua di Resurrezione.




lunedì 2 febbraio 2026

La luce fragile del mattino: la candelora

 


La luce che filtrava attraverso la finestra, ancora fragile e incerte delle prime ore del mattino, mi ha stuzzicato nel profondo, andando a risvegliare ricordi e sensazioni lontane nel tempo. La nostra mente è simile ad una grande cassapanca che racchiude di tutto, o un guarda roba delle memorie, tracce profonde e decise che sembrano sparite e soffocate dal tempo, in realtà sono lì depositate in attesa di essere rinvigorite, a volte basta un nulla, una luce particolare, un profumo, un volto, una parola: la nostra storia di vita è davvero uno scrigno. Nel silenzio della preghiera di questa mattina, nel cuore a cuore e nel riverbero della Sua Presenza, ho acceso un piccolo lumino in più oggi (prima o poi prenderò fuoco me lo sento), per rendere presente in questo abbraccio del mattino, le tante persone, donne e uomini che ho conosciuto e che conosco, che hanno fatto la scelta di vita di Alleanza con Dio in una vita celibe. Vite silenziose, completamente immerse nei quotidiani più diversi, fuori dal clamore ma profondamente legati a contesti umani ben precisi, mai a parte, semplicemente “mescolati nel cuore delle masse”. Così questi ricordi mi fanno immediatamente percepire che anche la mia vita è “parte” di un intreccio enorme di fili e storie, di sensibilità diverse e sfide inaspettate. Ciò che sono e ho scelto come stile di vita, non è frutto di una mia originalità, ma la consegna di passioni, la condivisione di percorsi, l’offerta di domande e la vicinanza calda di amicizie autentiche.

               Faccio un profondo respiro, quasi a voler raccogliere dentro di me, tutto quello che gli incontri e queste amicizie hanno lasciato come traccia, un gesto automatico quello di respirare, ma profondo per poterlo depositare nella parte più intima di me e nutrirmene, prima di lasciarlo ancora andare per non trattenerlo.


Mi accorgo che sono in questo luogo, in questo piccolo alloggio da più di tredici anni ormai, da 26 ho scelto di vivere come piccolo fratello; eppure, ciò che sembrerebbe stabile, mi accorgo che è semplicemente precario, o almeno l’ho abitato con la costante disponibilità a rimettermi in cammino, solo ora ne sono consapevole, e provo una sorta di serenità, colgo una quiete profonda nel mettere radice nella precarietà.

L’Alleanza con Dio non è un mettersi a parte, né il tracciare confini definiti e protettivi, non è un approdo che ti mette al sicuro, né una meta da raggiungere, è piuttosto un mettersi nel flusso delle domande, e della ricerca, dell’abitare la mobilità dell’essere, e lasciarsi ferire dalla vita e dalle relazioni, è riconoscere nel rischio della propria vulnerabilità la libertà di farsi raggiungere fino in fondo da un Incontro.


Nell’Alleanza con Dio mi ritrovo nomade, ed ho bisogno del coraggio dei nomadi del deserto, sanno cogliere ciò che è essenziale, sanno adattarsi alle condizioni più estreme, e soprattutto sanno riconoscere che nell’appartenenza reciproca e nel cammino condiviso della carovana, si può attraversare ogni deserto: da soli e di autosufficienza si muore.





venerdì 2 gennaio 2026

Fedeltà

 


Non so per quale strano motivo, ma questa sera mi frulla in testa la parola “fedeltà”, certamente se mi raggiunge e come una nota che si ripete o un ritornello incantato che si ripropone, ha un appiglio qua e là nel mio vissuto di questi giorni, non importa, del resto è una bella e gradevole parola, e come ogni cosa bella contiene anche un po’ di gusto amaro.

La penso in relazione a Dio in particolare, non certo per fissazione o per bisogno di sacralizzare tutto forzatamente, ma è in Lui che ho sperimentato la forza non violenta della fedeltà. La prima sfumatura che mi sembra di cogliere questa sera non è tanto in risonanza alle dinamiche relazionali, quanto piuttosto alla dimensione dell’intimità con noi stessi, riguarda ciò che ci abita. La fedeltà è una libertà interiore, uno sguardo disarmato e nudo, è un aver abitato con delicatezza e piena accettazione, ciò che siamo e ancor meglio, ciò che è avvenuto in noi. È un dimorare, privo di aspettative e pretese, in quello che è il cuore del nostro essere.


Fedeltà probabilmente è la parola che esprime, da voce e suono all’aver trovato una Presenza in quel luogo nascosto in noi, una Presenza nuda e priva di parola. Ecco che si dimora in questa scoperta, in questo ritrovarsi abitati, in questa dimensione unificata ma non uniformata. È come il silenzio di cui ha bisogno ogni esperienza umana per essere davvero integrata, incorporata: la fedeltà è quel silenzio che lascia radicare in noi un punto d’appoggio. La fedeltà è qualcosa che precede ogni relazione, proprio perché è frutto della Relazione. Non pretende, non vincola, non ricatta, non controlla, non chiede il contraccambio, non giudica, non misura.


La fedeltà non possiamo autodeterminarla in noi, non è frutto delle nostre mani e delle nostre capacità, nasce da un incontro, e precede ogni incontro, è esattamente il suono dell’inizio che si produce nell’unificazione tra Colui che è Presente e noi che ci facciamo facilmente raggiungere.

 

venerdì 26 dicembre 2025

indecifrata inquietudine


 Qua e là in alcuni libri che spesso utilizzo, ho disseminato dei petali di rosa secchi, l’ho fatto volutamente, ed ho scelto accuratamente anche in quali pagine depositarli; nascosti e quasi anonimi, si presentano, ogni volta che quelle pagine vengono sfogliate e lette, con la loro fragilità e la leggerezza che ormai hanno raggiunto, assomigliano ad un pezzettino di carta velina. I petali non sono assolutamente rigidi, è vero sono secchi, per certi aspetti hanno perso la vivacità del colore originale, ma a ben guardare hanno semplicemente interiorizzato il tempo, la luce che li ha fatti fiorire e lasciato andare tutto il profumo che potevano regalare; sono leggeri, perché non hanno trattenuto la potenza dei primi giorni, non splende più il loro colore acceso perché in loro non resta l’apparenza abbagliante e ammaliante, ma la storia che hanno vissuto, l’attimo in cui si sono lasciati fiorire e accarezzare dalla luce. Sono incerto se vale la pena ricordare la bellezza del loro tempo fresco, o ammirare oggi la trasparenza che hanno raggiunto. Appena colte potevano lasciare una macchia sulla carta, ora sanno accarezzare le parole che altri hanno inciso sui fogli, non macchiano ma si fanno vicini.

               Quei petali sono legati al tempo di silenzio e solitudine del mese di eremo che ha segnato un passaggio importante, un tempo così intenso e prolungato di solitudine non ero mai riuscito a viverlo anche se desiderato per tanti anni; non un punto di approdo, né un tempo di ritiro, ancor meno una fuga o la ricerca di intimità misticheggiante. Piuttosto un grembo per ascoltare, uno spazio svuotato per guardare e lasciarsi guardare, togliere e restare. Si deve entrare in punta di piedi nei giorni di eremo, si impara a rallentare il tempo frenetico che è dentro, le parole e i pensieri che si affollano, e congedare l’idea di ottenere qualcosa anche fosse una sola piccola consolazione. Ci si deve prendere cura dell’attesa, dare spazio alle fragilità, ridere delle proprie pretese, ridimensionare l’ingombrante immagine che ci siamo fatti di noi stessi. In eremo non si sta soli, ma nella solitudine si impara lentamente a stare con il Solo, in eremo ci si nutre della relazione, per questo non si improvvisa, non si vive alla giornata, non si sceglie di fare questo o quello così come viene, anche il semplice “stare” ed “attendere” ha il suo dolce sapore, la cura delle cose semplice e dei dettagli che pochi, davvero pochi, rendono possibile l’impossibile: incontrarsi. Il tempo che con delicatezza e maestria artigianale sembra cambiare ritmo, conduce la tua anima nella dimensione interiore dove puoi non aver paura se ti scopri, dove non senti dolore se scavi e dove se ti lasci andare non provi timore se vai in mare aperto.

             


  Mi è rimasto dentro il sapore di quei giorni, senza il colore aspro della nostalgia, o la fatica di un rimpianto, senza trattenere lo sguardo in dietro né incastrami nel volere a tutti i costi ripetere e rivivere le stesse esperienze. Mi è rimasto dentro come luogo sacro, spazio incontaminato, riposo dopo una battaglia, delicato come un bacio, e profondo come un abbraccio che non trattiene, come l’abbraccio dell’Amico, sulla soglia di casa che incoraggia la tua partenza e ti instilla fedeltà come viatico, come acqua fresca e fuoco che non consuma.

La mia anima come la mia mente e ancora di più il cuore, chiede a quei giorni di consegnarmi qualche piccola memoria per leggere questo oggi, questo tempo, per non disperdere la fatica e le domande scomode intrecciate di dubbi, e spingere i desideri a non trasformarsi in piccoli bisogni, coltivando la necessità di essere consapevoli e non scartare il pensiero critico. Mi rendo conto che quei giorni hanno ancora un forte impatto su di me, hanno lasciato un segno delicato e deciso, sono stati il passaggio e la svolta, non uno “straordinario” ma l’ordinario compimento di un lungo cammino. Un’indecifrata inquietudine si è così depositata nell’incavo dei giorni successivi, che ancora oggi mi porto nel sottofondo del giorno dopo giorno, non è né tristezza né fatica, non è spiacevolezza o insoddisfazione, è piuttosto desiderio di senso, tenerezza provata e possibile da ritrovare. Ecco perché mi fermo nei giorni più intensi, ecco perché mi attardo nel cuore nelle ore della notte o in quelle fresche del mattino presto, ad attendere lo sguardo dell’Amico che sempre si fa trovare e silenzioso, ma non misterioso, si affianca e si riscalda alla stessa mia fatica di cercare e di vivere. Alle prime ore del giorno o quelle cupe della notte, mi sento come un nomade del deserto, che accendendo un fuoco, bivacca con l’Amico; nel silenzio sconfinato delle dune non sono le parole a raggiungerti ma la Presenza, essa sa trasformare l’aridità e lo sconfinamento in abbraccio e carezza, in desiderio di continuare la marcia, nel deserto è la relazione l’unica bussola che ti orienta.




mercoledì 24 dicembre 2025

Dio in altre parole, Natale 2025

 


   Le parole hanno bisogno di delicatezza per essere pronunciate, si nutrono di tempo sospeso, e di pause accoglienti. Le parole sono generate da storie graffiate, da incontri inattesi e da desideri accolti. Le parole sono ambivalenti, possono far fiorire e seccare nello stesso istante. Hanno un enorme potere, per questo a volte sono asservite allo strapotere. Sono armonie, note, musica che narrano e consegnano, accolgono e riconoscono. Sono come soffi leggeri, sussurrate, per questo rigenerano e trasformano, sanano e raggiungono l’intimità. Le parole conduco fino alla soglia del mistero dell’altro, poi si tacciono e lasciano spazio per non inquinare, manipolare, travisare, determinare o tradire. Le parole sono sigillo che uniscono esistenze, aprono mondi quando questi sono distanti, sono potenti quando esprimo ciò che resta censurato e liberano il grido che rivendica e che chiede giustizia. Le parole in sé non si appartengono, piuttosto si consegnano, rischiando di essere utilizzate anche come frecce appuntite, lingue taglienti, armi sofisticate. Le parole danno forma ad alleanze e dolore ai tradimenti.

Le parole ci rappresentano, ci svelano, ci definiscono, ci liberano, ci nascondono. Sono in azione anche quando tacciono.

“Si, il Verbo divenne carne e pose la sua tenda tra di noi” Gv. 1,14


Dio non l’ho mai sentito o cercato in “un altrove” magari rassicurante ed emozionante, l’ho provato ad incrociare nelle mie parole e in quelle degli altri, qualunque esse siano, parole pronunciate in questo tempo faticoso, contraddittorio, violento e presuntuoso eppure un “tempo opportuno”. In questa massa scomposta la sua Parola si mescola tra le mille altre, non pretende di essere l’unica, la suprema e l’altisonante, non si distingue per capacità di marketing, non è seduttiva per accalappiare, è dolce ma non viscida e mielosa, è decisa ma non umiliante, svela ma non svergogna o giudica. È profondamente dentro l’esistere in cui ci troviamo ad evolvere, lo abita prima ancora che lo riconosciamo, è talmente intimo a noi stessi da non poter essere trattenuto, lo possiamo solo riconoscere nel volto dell’altro.

Dio, in altre parole.

Buon Natale, la festa della Parola Incarnata.



martedì 24 dicembre 2024

La luce del primo mattino - Natale 2024

 


La “luce del primo mattino” arriva senza far rumore né annunciando sé stessa, si palesa all’insaputa di chi, immerso nel sonno ancora profondo, non può sapere ciò che accade. La “luce del primo mattino” è in solitaria che evolve e prende vigore, che agisce e rischiara. La “luce del primo mattino” non puoi afferrarla, la puoi solo trovare riflessa in tutto quello che lei non è, ma illumina; rende presente, ma non sé stessa; accarezza tutto ciò che esiste e diventando un tutt’uno, lei scivola in secondo piano. La “luce del primo mattino” è una solitudine, una mancanza, una nostalgia che cerca qualcuno su cui poter riverberare. L’incontro è il suo esistere, la “mancanza” è la sua possibilità. La “luce del primo mattino” è decisa e determinata, raggiunge ogni angolo oscuro, ogni stradina tortuosa, ogni piega che nasconde; non rivela, ma svela, toglie, libera, rende possibile lo sguardo, prende per mano e dipana la paura del buio.

Sento il bisogno di essere preso per mano da chi è come questa “luce del mattino”, ed essere anche costretto ad uscire allo scoperto, di non restare troppo comodo nella mia vita; ho profonda nostalgia delle domande scomode, dei sogni sgangherati e con tinte emotive forti, di quei sogni con orizzonti rivoluzionari anche un po’ fantasiosi, come quelli che mi furono donati in piena giovinezza, mi fu insegnato a sognare con gli altri e spesso a sognare anche per gli altri. Sento un vitale desiderio di incontrare nuovamente donne profetiche e uomini coraggiosi, che sanno coniare parole come ponti, che sanno perdersi nel rischio di un incontro, guardano gli altri negli occhi per un ascolto più profondo, sanno che lo sguardo è solo il primo passo, per essere accolti nel mistero dell’altro. E si avventurano a mani aperte.


Vorrei non aver paura dell’inquietudine che provo di fronte al vuoto culturale e di senso che si palesa nel nostro mondo, della violenza che continua a confondere e inquinare il pensiero, per distruggere ogni senso di appartenenza reciproca; vorrei rimanere lucido, stabile, serenamente in contrapposizione e decisamente resistente, verso chi invita cinicamente a riprendere in considerazione una “mentalità di guerra”, questa visione è la prima arma davvero subdola e potente. Non vorrei cadere al torpore dell’indifferenza, alla palude della distanza, al freddo di chi “basta a sé stesso”.

Mi sono preso giorni di solitudine quest’anno, mi sono avventurato nel “deserto” senza sapere cosa realmente potesse accadere, mi sono preso il rischio di “lasciar fare” a Lui, a Dio, che da sempre è per me come la “luce del mattino”. Tra le mani mi ha appoggiato “l’inquietudine”, da tener viva quando rischio di “fare a meno degli altri”, mi ha sussurrato che è più facile trovare la pace interiore e la quiete profonda, molto più difficile è trovare sé stessi nel volto dell’altro, così mi ha offerto un “sorriso” per spingermi in questa seconda avventura. Mi ha mostrato che è molto più forte e rivoluzionario com-promettersi con l’umano, sempre, sempre, sempre.


Una Parola ho ripetuto in queste settimane, nel cuore a cuore della preghiera, le ho ripetute come soffio leggero, sulle fatiche mie e di questo mondo, mi hanno nutrito, mi hanno scomodato, mi hanno forzato a mettermi in moto, te le regalo perché anche in te possano generare quella sottile, leggera e decisa “luce del mattino”:

Il Signore consolerà Sion, consolerà le sue rovine. Ritorneranno la gioia e l’allegria, il ringraziamento, il canto e la musica”.      Is 51, 3





lunedì 26 agosto 2024

Tre parole e mi scomodo

Inaspettatamente senti una carezza leggera e decisa, ti raggiunge e ti incontra nelle pieghe più nascoste della tua capacità di percepire, arriva come dono nel momento in cui smetti di pretendere e chiedere, quando non la costruisci nella tua mente, quando non la progetti a tua misura, quando smetti di volerla solo perché ne hai bisogno. C’è una gratuità che disarma, nella carezza di Dio.

Essa è profonda e smisurata intimità, che apre ad un respiro pieno, non è più un flusso di “acqua fresca”, è sorgente, è il punto esatto dove sgorga e lì, vieni posto, come un bambino adagiato nel talamo dove è stato generato. La Sua carezza ti pone al “tuo inizio” e ti ritrovi nel luogo del “tuo approdo”, in un abbraccio che è riconciliazione e armonia ritrovata: per-dono.

Ogni parola che cerchi di pronunciare per poter descrivere a te stesso ciò che quella carezza produce, senti che è insufficiente e per certi versi blocca quello che, in realtà andrebbe solo vissuto; il silenzio è il linguaggio appropriato in questa esperienza, perché ti immette nel flusso dell’incontro senza nessuna barriera, nessun paracadute, nessun vincolo, sei a “mani vuote”.  Ci si può spaventare e si tenta di riprendere subito il controllo, eppure il Suo essere non più di fronte, ma dentro tutto il tuo esistere, ti permette di comprendere chiaramente che ogni resistenza è il rifiuto più sciocco e la scusa più banale che puoi avanzare ad un dono smisurato, di cui ne hai sempre avuto nostalgia e nel tempo ne sei diventato mendicante.


Ecco perché nella Scrittura una delle parole ricorrenti a dismisura è “LODATE!”, espressione intrecciata, mescolata, sporcata e messa alla prova da fatiche, lotte, conflitti, contraddizioni e violenze, ma poi? Torna, come un intercalare di speranza, di riposizionamento alla radice, come parola generatrice che invita e coinvolge: LODATE! Si può sussultare, in un impeto di bellezza, di gioia piena, di letizia, di cambio di prospettiva, non perché te lo produci da solo, ma perché ti arriva dal TOCCO LEGGERO E DECISO DELLA CAREZZA DI DIO.

È ciò che succede all’amata o l’amato descritto nel “Cantico dei cantici” che grida e irrompe in un fiume di parole che descrivono la potenza dell’amore che ha sperimentato e ricevuto, lo narra agli altri come una lode: è bellissimo, urlerebbe.


    

Lodatelo perché è tenerezza, è fragilità che ti invita alla cura, è sguardo discreto che sa raggiungere senza giudizio, è limpidezza, accoglienza, è giustizia e grido nei più fragili, è denuncia nelle disuguaglianze, è paterno non paternalista, è madre perché il suo utero è gravido di misericordia, è fratello perché sei sangue del suo sangue, anche quando lo senti estraneo o che non ti appartiene, per Lui sei il desiderio che lo abita senza il limite di un inizio: “sei il suo desiderio.

Nella Scrittura, la carezza di Dio produce, con la stessa forza dirompente della LODE, con lo stesso vigore e potenza generatrice, la DENUCIA. La Sua carezza non è intimismo, sentimentalismo, non è il circolo delle “belle anime”, piuttosto irrompe facendo saltare i confini, ti spinge ad alzare lo sguardo e passare dalla contemplazione del tuo ombelico, agli occhi di chi ti sta accanto. La Sua carezza profonda è anche “scomoda”, nel senso etimologico che la parola racchiude in sé, ossia ti provoca fastidio, ti mette in difficoltà, immette una rottura, spezza un’armonia che era perniciosa e quindi ti mette in movimento, ti spinge ad andare fuori dal tuo “star comodo”. Fuori dal tuo comodo, trovi la realtà di vita di donne e uomini del tuo tempo, trovi i conflitti determinati e sostenuti dalle prepotenze e dai tornaconti dei pochi, vedi le disparità, le manipolazioni, le incongruenze, e non puoi più tacere. Scomodare è racchiuso anche nel “Vieni e seguimi”; chiara e senza sfumature la frase che Gesù rivolge ai primi che ha incontrato e che saranno la sua comunità di vita, per lui era palese dove si andava: nella Galilea delle genti, nella “borgia” delle contraddizioni.


In questi giorni di eremo l’occasione di fermarsi, rallentare il ritmo, permettere ai pensieri di decantare meglio in profondità, mi hanno permesso di rimettermi anche all’ascolto della storia personale di Charles de Foucauld, che per me resta quell’amico che, avendo trovato una passione per cui valeva la pena spendere tutta l’esistenza, te la trasmette e la sa instillare in profondità, appassionandoti così tanto e bene, che la stessa passione la senti ormai totalmente un “tuo vestito su misura”. Rileggendolo mi sembra che la sua vita abbia provato a mettere in armonia e in sinergia creativa proprie queste tre parole: CAREZZA, LODE E DENUNCIA. Le ha coniugate non passando attraverso progetti, strutture, mezzi efficaci e quant’altro, no: le ha fatte passare per la sua carne, nel suo corpo, nell’evolvere della sua vita, nelle relazioni concrete. Questa forma di vita scriveva a sé stesso: “vivila nel luogo più utile per il prossimo”.



lunedì 19 agosto 2024

Le sfumature di una parola

   


 Il silenzio è davvero denso, hai la percezione anche fisica che ti avvolga, e nelle prime ore della giornata, nella completa solitudine di questi giorni di eremo, accompagna e amplifica ogni piccolo rumore, dal caffè che borbotta mentre risale nella caffettiera, al cucchiaino che immergi nella zuccheriera e poi tintinna nella tazzina, ti soffermi anche ad ascoltare questo, ma più che perdere tempo e perderti, è gustare, assaporare è semplicemente “stare”. Il silenzio è solo una mano tesa, che anticipa o prepara l’ascolto, è la cura dello spazio dove desideri che avvenga un incontro, è il dettaglio necessario e l’essenziale che ti libera da orpelli e “cianfrusaglie mentali”, che potrebbero impedire un dialogo, un incontro, un ospitarsi. Siamo fatti di desiderio, quella spinta interiore che ci sposta e sbilancia oltre il nostro ristretto confine personale, siamo impastati di relazioni, incontri, attese e pretese, siamo abitati da tensioni e conflitti, da perdoni ricevuti e carezze salutari, siamo legati ad uno sguardo che ci riconosca e ci ospiti in altri vissuti, siamo anche cercatori e nomadi, in attesa di approdare in terre ospitali dove poter incrociare l’abbraccio gratuito e non quello soffocante.

    Siamo plasmati dalle relazioni e dalle dinamiche della reciprocità, allo stesso tempo siamo anche messi a rischio dai vortici e dagli invischiamenti che si possono generare nell’inevitabile interdipendenza. Il silenzio e un tempo di solitudine, è davvero quell’esodo che si dovrebbe affrontare con coraggio, è il decidersi di entrare nel deserto, di lasciarsi denudare, scarnificare, di rischiare l’essenzialità, di sentire la sete e riconoscere il pozzo dove dissetarsi. Per quarant’anni Israele fu nomade nel deserto, mormorò, imprecò, si costruì l’idea di essere libero legandola al ricordo e al rimpianto del tempo della schiavitù, preferì chiamare benessere, la dipendenza e lo sfruttamento, barattato per un piatto abbondante di cipolle. E la storia si ripete, con l’aggiunta di nuove sofisticazioni. L’idolo per la Bibbia è ciò che ti fa sentire libero, vincolandoti e stringendoti a sé. Un inganno non da poco, difficile da consapevolizzare, perché troviamo il paradiso, come direbbe Lacan, “in striscioline di godimenti”. Interessante, il Dio della Bibbia non promette striscioline di godimento, invita ad affrontare il lungo percorso del deserto, ad addentrarsi nella perdita di sé e delle sicurezze ingannevoli, camminerà con te non a posto tuo, compromettendosi lungo il cammino, rischiando anche del suo: essere messo in discussione e rifiutato.

    


Questo è anche il motivo per cui ho scelto di salire in eremo per un tempo prolungato. Non è il nido caldo, la tana per ripararsi dalle intemperie e dai pericoli, nemmeno il nascondiglio che ti salva dagli sguardi indesiderati e dalle situazioni moleste, ancor meno è “un muro di cinta”; piuttosto è “il cedimento necessario”. “la breccia nel muro”, “la mancanza di certezze”. Si viene in eremo perché senti un briciolo e uno scampolo di fiducia in Lui e sai che la fatica di entrare ed abitare sé stessi e la propria storia, è possibile farla in compagnia, ma mai verrà fatta a posto tuo.

A distanza di due settimane, incomincio ad accorgermi di come le “parole” hanno un sapore e uno spessore differente, è il frutto del silenzio e del tempo dedicato all’ascolto; ogni singola parola che leggi o pronunci nel cuore della preghiera, risuona e riverbera in profondità, diventano il luogo e il riflesso di un dialogo, senti che sono necessarie per dare forma e vita alla relazione che stai cercando e che stai vivendo. Le parole allora le ricerchi, le attendi prima di pronunciarle, le lasci decantare e le trattieni un po’ prima di lasciale andare. Esse hanno anche dell’incompiuto, perché alcune non bastano, altre sono insufficienti, altre ancora non sono adatte per dire quello che senti; ecco perché ogni singola parola ha bisogno di un corrispettivo silenzio, perché è quest’ultimo che accompagna e aggiunge quella parte di significato e di senso che altrimenti non raggiungeresti. Le parole aprono, bloccano, vincolano o lasciano andare; le parole fanno esistere, portano lo sguardo su un aspetto o lo distolgono da un altro; le parole costruisco passo dopo passo vicinanze, e posso scavare lontananze abissali; fanno fiorire o seccare di colpo. Le parole ti permettono di dare senso o di togliere importanza alla stessa identica esperienza, persona o relazione: la parola è nostra e ha in sé il “poter generare” o lo “strapotere di de-generare”. La parola serve per comunicare, ci mette nella condizione di essere prossimi e dirimpettai di altri, quindi dice chi siamo.


Il silenzio di Dio è invece quella parola indefinita e non vincolante, che viene pronunciata come “una sottile voce leggera” (cfr. 1 Re 19, 12.), che prima ancora di intercettarti, è spazio di accoglienza incondizionata, è attesa, è grembo e presenza che allarga i confini dell’intimità. La parola che Dio sussurra nell’incontro della preghiera silenziosa e scarna non è mai violenta, anche se la sperimenti come decisa e chiara, è come una “mano” che senti di voler afferrare, perché ti conduce in profondità e ti permette di attraversare il deserto appunto, con l’unico “mezzo” possibile: la fiducia che ti ispira e la fedeltà che mai è venuta meno in questi anni.

Ecco allora che questo tempo di solitudine non è altro che entrare a fondo nel proprio vissuto quotidiano: non puoi fare a meno di rileggere le relazioni, di riconoscere le fatiche, di prendere responsabilità verso le parole che hai pronunciato o scelto codardamente di non dire,  di quelle che ti sono servite come corazze o pietre da scagliare; ma senti anche di accogliere quelle che hanno segnato in bene la tua vita, che hanno costruito amicizie e fraternità, che ti hanno liberato, fatto crescere e appassionato, le parole che non sapevi dire e che ti sono state consegnate.

 


 

martedì 13 agosto 2024

Alle prime luci del giorno

     


A quell’ora del mattino I rumori sono totalmente assenti, o quasi. La luce incomincia lentamente a crescere e così si delineano i contorni della collinetta di fronte all’eremo e pian piano anche la grande montagna che svetta più avanti, tratteggia meglio la sua forma. Sono appena le 5:00 del mattino, veramente tutto tace o forse prova a godere di un po’ di fresco, viste le giornate torride che si susseguono senza tregua, probabilmente anche gli animali preferiscono restare fermi. Approfitto di questa quiete per iniziare la giornata con il silenzio, restare in quest’abbraccio, in questo spazio che accudisce all’insaputa dei molti che ancora dormono. In questo grembo di silenzio anche i gesti sono importanti, sono quell’arcaica capacità dell’essere umano di dare senso a ciò che vive, di esprimerlo attraverso la materialità e il movimento che compie, è un linguaggio che esplicita, da forma e fa esistere ciò che sente, così passando dalla propria intimità esce e si esplicita all’esterno, diventando il modo per interagire con l’ambiente, o con chi ha davanti a sé. Il primo gesto che compio nelle prime ore dell’alba? Accendo dei piccoli lumini, che rischiarano appena la cappellina, la fragile luce che emanano non irrompe prepotentemente nel buio, anzi sembra amalgamarsi armoniosamente con esso; il lumino appeso accanto al tabernacolo ciondola ancora per un po’, fino a trovare la posizione stabile che la forza di gravità gli assegna, più che rassegnato sembra aver trovato la postura giusta per illuminare meglio. Questo gesto, un po’ rituale, dice bene il desiderio di essere da subito in intimità con Dio.

    Nei primi giorni di eremitaggio, si combatte sempre con la “confusione interna”, ci si prodiga nella ricerca del silenzio, ci si organizza anche il tempo, ma la mente continua a tenerti incollato sulle voci, le situazioni e le sensazioni che ti sono restate addosso della tua quotidianità: sei qui, ma in realtà sei altrove, pensi di essere in solitudine, poi scopri che sei nel mezzo del traffico all’ora di punta. Occorre darsi tempo o, meglio ancora, occorre dare il “ben venuto” a tutto il condominio che ti abita, è la vita che hai scelto, più o meno consapevolmente, è ciò che vivi, è semplicemente il quotidiano, da non vedere o percepire come distrazione, ma come il luogo della propria umanizzazione. Niente esercizi ascetici allora, niente tecniche, nessun allenamento particolare, solo accoglienza…con una buona dose di autoironia. In quel frastuono c’è del buono e dell’interessante da scoprire e ascoltare, del resto non sono venuto in eremo per una quiete interiore, né per pacificare il cuore, sono in eremo perché possa unificare, far dialogare il mio esistere, e in questo, c’è prima di tutto il “mio stare con gli altri”, il mio modo di stare al mondo: nei rumori interni molto, se non tutto, è legato a questa dimensione relazionale che viviamo inesorabilmente. Adriana Zarri diceva: “l’eremo non è un guscio di lumaca”, con un’immagine così chiara si smonta ogni poesia o scivolata verso un romanticismo pernicioso. L’eremo è il tempo del so-stare.


Poi ad un tratto, più o meno inaspettatamente, avviene la svolta, certo da non immaginare un’illuminazione, una rivelazione, un irrompere di forze divine, è qualcosa di molto più scarno, quasi banale: molli la “pretese” e ti fidi “dell’attesa”. Si, ti fidi, ti devi proprio affidare, dargli credito, entrarci in relazione dinamica con ciò che vuol dire e comporta la parola “attesa”; l’attesa è una postura, un modo di stare nel flusso vitale degli eventi; l’attesa non è semplicemente il ricevere passivamente, il subire un destino, è piuttosto un riposizionarsi in equilibrio all’interno della relazione, tra te e la vita, tra te e gli altri, tra te e Dio: c’è una parte attiva, perché fai spazio, liberandoti del “superfluo” e dal “tossico” in cui avevi riposto fiducia e questo, tu puoi deciderti di farlo è nelle tue mani; c’è allo stesso tempo una parte passiva, quella in cui impari a ricevere senza pretendere, né condizionare, senza dettare nemmeno i tempi, come quando diciamo: “ lo voglio adesso”, “devo averlo ora”, l’attesa ti toglie anche la pretesa che tutto è nelle tue possibilità, ti impoverisce.

Il silenzio è più intenso, la luce del giorno si rafforza e il lumino di lato al tabernacolo è fermo, stabile in piena armonia con il resto, indica la Presenza, chi dell’attesa ne ha fatto un grembo…allora la solitudine diventa ospitalità: delle storie che hai vissuto, dei volti che hai incrociato, delle “rabbie” che hai condiviso o semplicemente accolto, dei “piccoli” che ti hanno messo in crisi e ti hanno liberato.

O Unico, perché cercarti nei cieli, quale terra è vuota di te?

O Unico, perché cercarti dentro una casa, non sei Tu che abiti in me?

O Unico, tu puoi essere assente, il mio cuore veglia nel ricordo di te.

O Unico, tu puoi separarti da me, crescerà il desiderio dell’incontro con Te.

O Unico, tu sei l’Amante, ma io l’amato sono in Te.

O Unico tu sei il mio Amato, sei Tu l’amore che è in me.

Con te la mia follia è santità,

la mia sapienza è stoltezza,

con te la mia debolezza è forza, la mia povera vita, diventa vita divina.   (dalla liturgia di Bose).



mercoledì 7 agosto 2024

Il nome dei "piccoli"

  


 Vorrei incontrare qualcuno, non stia dalla parte di chi ha palesemente ragione agli occhi del pensiero comune, di chi si ritrova in una posizione scomoda; vorrei incrociare quelli e quelle che sono non solo minoritari, ma assolutamente dimenticati dal resto del mondo, perché la loro difesa non apporta nessun tornaconto appetitoso. Vorrei incrociare chi non dice: _ah! No, questo non puoi farlo, perché IO…Ma senza pensarci molto e con sincerità spudorata, ti guarda negli occhi e ti dice: _ Come mai fai così? Come mai pensi in questa maniera? Senza per questo metterci la ben minima traccia di contrapposizione ed ostilità.

    Vorrei che mi toccasse il cuore la freschezza di chi sa rallegrarsi delle feste, dei segni e delle credenze degli altri, senza per questo aver il minimo bisogno di assomigliarsi. Vorrei contemplare silenziosamente lo sguardo di chi resta in silenzio perché consapevole che non ha tutte le risposte, e così rimanerne di colpo a secco non li smarrisce, ma li radica nella loro vulnerabilità, nella fiducia che hanno nella “mancanza”.

    Vorrei ancora semplicemente avvicinarmi, per iniziare a camminar loro acconto, a quelli che non si attardano sempre ad indagare “le colpe”, ma sanno restare in movimento, come cercatori attenti, per comprendere i “processi”.

    Come sarebbe bello raggiungere per “origliare” un po’, il cuore di quelle persone che non ritrattano la parola data, anche quando si accorgono che ci perderanno, hanno il cuore troppo impegnato e preso sul valore della relazione, per questo dimenticano il “calcolo”.


    Vorrei tanto perdermi nell’ascolto della libertà e del coraggio di chi ha imparato a dire le proprie ragioni senza rivendicare o proteggersi; chi sceglie il confronto, piuttosto che la violenza di un mutismo; chi sa dire un addio; chi sa prendere atto di una rottura, ma non sente per questo il bisogno di “spezzare” l’altro o l’altra, perché non se ne fa nulla della difesa ad oltranza e ancor meno di costruirsi la trappola del credersi giusto.

    
Sono questi i “piccoli” che il Vangelo mette al centro, lì pone davanti senza dar loro un nome…questi devi cercali.