giovedì 10 settembre 2026

Muoversi per approssimazione

 


Mi sveglio, o meglio vengo svegliato da una carezza di aria fresca: una sensazione un po’ strana dopo giornate torride e di caldo intenso. All’afa, alle forze consumate e ridotte, a quella strana demotivazione che ti toglie il gusto di compiere anche il gesto più piccolo, mi ero quasi abituato. Poi arriva la carezza leggera dell’aria, quella del primo mattino, insieme al rumore sottile di una pioggia che sembra quasi vergognarsi di presentarsi così in ritardo, dopo che per giorni l’abbiamo implorata di farci visita. L’abitudine, anche alle situazioni più scomode, si trasforma in normalità e rassegnazione; poi basta un nulla, un soffio leggero, e percepiamo un cambiamento. Non è tanto l’abitudine a spaventarmi, quanto la perdita di sensibilità verso il più piccolo gesto, o segno di cambiamento. Mi spaventa il non essere più capace di cogliere la fragilità del bello e del nuovo: qualcosa che nasce, ed è sempre stato presente, ma resta nascosto nella sua discrezione, nel suo fare poco rumore e poco clamore. Ci si sveglia presto al mattino, quando tutto il resto ancora tace, proprio per allenare questa capacità di ascolto sottile, che sfugge alle logiche dell’essere utile a qualcosa o a qualcuno. Ci si alza presto, quando le luci iniziano il loro riverbero lento e costante, il buio si dirada e si vede più chiaro. Si prova ad abitare quel confine invisibile tra la notte e l’arrivo del giorno: a fermarsi nel mezzo, nelle linee di frattura tra il buio e la luce. La prima cosa che faccio è guardare fuori; così mi accorgo che la luce arriva più tardi, che le giornate si sono accorciate. Guardo e ascolto il silenzio del quartiere. Anche la notte, spesso, è attraversata da voci e situazioni improvvise; così, al mattino, qualche traccia di quel risveglio resta nella memoria, e viene spontaneo chiedersi che cosa sia successo. Non si può tracciare una linea netta di separazione tra la notte e il giorno, tra il bene e il male: tutto è interconnesso, e bisogna imparare ad abitarlo. Un po’ come fanno i monaci e le monache, che scelgono di fare voto di stabilità: restano fedeli al luogo in cui hanno scelto di vivere. Essere fedeli significa fidarsi che proprio lì ci siano tutti gli elementi necessari per fiorire. Anche in un posto come questo, dove ormai vivo da tredici anni? Un quartiere in cui si può trovare di tutto: un cantiere di umanità, attraversato da contraddizioni evidenti e da fatiche che, a volte, si mostrano apertamente, mentre altre restano nascoste. È un quartiere che porta con sé un’etichetta, ma nessuna definizione riesce davvero a contenerlo: lo si può soltanto descrivere per approssimazioni.

“Muoversi per approssimazione”, ecco come descriverei la mia preghiera; o meglio, il modo in cui il tempo vissuto in questo scampolo di umanità ha modellato e forgiato il mio stare in intimità con Dio. Ogni volta che mi fermo ed entro nella preghiera, permetto che avvenga un movimento interiore, un andare verso, procedendo per “avvicinamenti” costanti. Non è certamente una tecnica, né una palestra dello spirito: è una postura dell’esistere, un modo di stare nella relazione, di abitare e ascoltare il proprio sé, rispecchiandosi nel volto dell’Altro. Questo “muoversi per approssimazione” non è mai disincarnato, né tende a creare un luogo in disparte; al contrario, è forgiato, modellato, scomodato, chiarito e svelato da tutto ciò che è profondamente presente nel quotidiano. Allora ecco la voce del vicino che, nella stanza accanto alla mia, parla da solo, canta in modo strano, bestemmia arrabbiato, senza che si comprenda bene perché o contro chi; la sua voce, quella voce, si fa prossima senza chiedere permesso, ed entra e pone domande al mio stare in preghiera: tu che cerchi la quiete, lo star bene nella vita, la pienezza di vita, perché a me è negata? Qual è il perché della mia vita faticosa e spezzata? Di questo vicino non conosco il volto, non ho mai avuto l’occasione di incrociarlo, lui non è un volto, è una voce che irrompe, un grido a volte.

“Muoversi per approssimazione” vuol dire anche lasciarsi svelare dall’altro: è riconoscere che non siamo autosufficienti, che non bastiamo a noi stessi, e che è assolutamente forviante convincersi che siamo gli unici padroni di noi stessi. Lo trovo un abisso incolmabile: un’eco sordo e un’unica nota che pretende essere melodia e sinfonia, senza l’interconnessione con le altre. A me questo non basta.


Uno dei miei vicini di appartamento, come da abitudine si affaccia dal balconcino che abbiamo in comune, getta lo sguardo dentro la mia stanza e dietro la domanda: “che fai?”, ho imparato a riconoscere una richiesta: devo dirti una cosa, mi ascolti? Mi alzo e lo raggiungo, ci sporgiamo insieme e mi prende la mano, me la stringe, con questo gesto molto concreto sembra che sposti il divisorio che separa in due il nostro balcone. “Vado via, debbo cambiare casa, sono contento che ho trovato un’altra sistemazione, non starò più qui, volevo dirtelo. Il resto della conversazione mi permette di comprendere come in questi anni mi ha percepito, visto e perché mi ha sempre dato un saluto caloroso, del suo interessarsi al mio lavoro, alla salute di mia madre. Mi sono reso conto che anche in questo caso, senza che ne fossi pienamente consapevole, ci siamo “mossi per approssimazione”, un passo alla volta, una condivisione dopo l’altra consegnata anche sul pianerottolo, un rispetto costruito per fiducia reciproca pur nella diversità culturale, di storia e di età.

Mentre porta via le sue ultime cose, e lo vedo che va, io mi rendo conto che resto ancora qui: sono tredici anni che il mondo intorno mi cambia continuamente, ma io sono ancora qui, dentro questo movimento di approssimazione.