Restare dentro lo sguardo di qualcuno, è un atto di intensa umanità; gli occhi ridefiniscono i contorni di un incontro, con le tinte forti e delicate del rispetto reciproco; è spesso un istante, un battito di ciglia che ti fa perdere la cognizione del tempo e per un infinitesimo attimo, diventa eterno, tempo sospeso. Sentirsi raggiunti dallo sguardo di chi ti è di fronte, è come percepire la leggerezza di una mano che ti incrocia e chiede accoglienza, bisogna aver frequentato spesso e sostato a lungo nella propria libertà interiore, per non spaventarsi di tanta vicinanza, altrimenti sarebbe solo un’occasione persa. Lo sguardo che ti raggiunge chiede alle parole di placare i suoni, di rallentare i ritmi, di lasciare lo spazio vuoto, perché se d’incontro e d’incontrarsi si tratta, questo è possibile solo nel momento in cui nulla è trattenuto, controllato o determinato. Lo sguardo di chi ti sta davanti è anche sovversivamente pericoloso, si avvicina alla tua coscienza e la abita silenziosamente, la abita con te senza proferire parola. Ma allo stesso tempo è straordinariamente destabilizzante, perché ti conduce dove faresti fatica ad andare, ossia dove potresti essere semplicemente fragile, ma la fatica non è nel riconoscersi fragili, ma nel sentire quella fragilità amata e non banalizzata, accolta anche se a volte non condivisa.
Oggi manca la capacità di guardarsi gli uni gli altri, di lasciarci raggiungere lì dove siamo e come siamo, affolliamo il tempo di parole violente e manipolatrici, descriviamo e determiniamo l’altro a nostra misura e a favore della nostra prepotenza. “Guardate cosa dovete apprezzare di me”, è il comando/pretesa ossessivo di questo tempo.
“In quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e GUARDÒ GLI OCCHI DI PIETRO, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto”.
Lc 22,60-61
Dio guarda dal basso, i suoi
occhi sono di un uomo tradito, vittimizzato, escluso, non è lo sguardo di chi
ha potere. Dio non è al posto degli ultimi, perché potessimo vedere gli ultimi,
Dio in Gesù è ultimo. Ed è ultimo non per darci un esempio o mostrarci un
insegnamento, ma perché il suo riverbero, la sua infinita grandezza, il suo
sconfinamento, il suo esistere, non possono che coincidere completamente e
materialmente nell’essere ultimo. Gesù non è lo sconfitto, la vittima, il “poveretto”,
ma è ciò che l’amare produce quando è coerente, ostinato e senza misura.
Nella sua paura, nella sua fragilità, nel suo disorientamento, nel suo cercare maldestro, Pietro ha incrociato questo sguardo…non fu un giudizio, ma una resurrezione, anche se doveva ancora attendere.
Buona Pasqua di Resurrezione.




















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