venerdì 2 gennaio 2026

Fedeltà

 


Non so per quale strano motivo, ma questa sera mi frulla in testa la parola “fedeltà”, certamente se mi raggiunge e come una nota che si ripete o un ritornello incantato che si ripropone, ha un appiglio qua e là nel mio vissuto di questi giorni, non importa, del resto è una bella e gradevole parola, e come ogni cosa bella contiene anche un po’ di gusto amaro.

La penso in relazione a Dio in particolare, non certo per fissazione o per bisogno di sacralizzare tutto forzatamente, ma è in Lui che ho sperimentato la forza non violenta della fedeltà. La prima sfumatura che mi sembra di cogliere questa sera non è tanto in risonanza alle dinamiche relazionali, quanto piuttosto alla dimensione dell’intimità con noi stessi, riguarda ciò che ci abita. La fedeltà è una libertà interiore, uno sguardo disarmato e nudo, è un aver abitato con delicatezza e piena accettazione, ciò che siamo e ancor meglio, ciò che è avvenuto in noi. È un dimorare, privo di aspettative e pretese, in quello che è il cuore del nostro essere.


Fedeltà probabilmente è la parola che esprime, da voce e suono all’aver trovato una Presenza in quel luogo nascosto in noi, una Presenza nuda e priva di parola. Ecco che si dimora in questa scoperta, in questo ritrovarsi abitati, in questa dimensione unificata ma non uniformata. È come il silenzio di cui ha bisogno ogni esperienza umana per essere davvero integrata, incorporata: la fedeltà è quel silenzio che lascia radicare in noi un punto d’appoggio. La fedeltà è qualcosa che precede ogni relazione, proprio perché è frutto della Relazione. Non pretende, non vincola, non ricatta, non controlla, non chiede il contraccambio, non giudica, non misura.


La fedeltà non possiamo autodeterminarla in noi, non è frutto delle nostre mani e delle nostre capacità, nasce da un incontro, e precede ogni incontro, è esattamente il suono dell’inizio che si produce nell’unificazione tra Colui che è Presente e noi che ci facciamo facilmente raggiungere.

 

venerdì 26 dicembre 2025

indecifrata inquietudine


 Qua e là in alcuni libri che spesso utilizzo, ho disseminato dei petali di rosa secchi, l’ho fatto volutamente, ed ho scelto accuratamente anche in quali pagine depositarli; nascosti e quasi anonimi, si presentano, ogni volta che quelle pagine vengono sfogliate e lette, con la loro fragilità e la leggerezza che ormai hanno raggiunto, assomigliano ad un pezzettino di carta velina. I petali non sono assolutamente rigidi, è vero sono secchi, per certi aspetti hanno perso la vivacità del colore originale, ma a ben guardare hanno semplicemente interiorizzato il tempo, la luce che li ha fatti fiorire e lasciato andare tutto il profumo che potevano regalare; sono leggeri, perché non hanno trattenuto la potenza dei primi giorni, non splende più il loro colore acceso perché in loro non resta l’apparenza abbagliante e ammaliante, ma la storia che hanno vissuto, l’attimo in cui si sono lasciati fiorire e accarezzare dalla luce. Sono incerto se vale la pena ricordare la bellezza del loro tempo fresco, o ammirare oggi la trasparenza che hanno raggiunto. Appena colte potevano lasciare una macchia sulla carta, ora sanno accarezzare le parole che altri hanno inciso sui fogli, non macchiano ma si fanno vicini.

               Quei petali sono legati al tempo di silenzio e solitudine del mese di eremo che ha segnato un passaggio importante, un tempo così intenso e prolungato di solitudine non ero mai riuscito a viverlo anche se desiderato per tanti anni; non un punto di approdo, né un tempo di ritiro, ancor meno una fuga o la ricerca di intimità misticheggiante. Piuttosto un grembo per ascoltare, uno spazio svuotato per guardare e lasciarsi guardare, togliere e restare. Si deve entrare in punta di piedi nei giorni di eremo, si impara a rallentare il tempo frenetico che è dentro, le parole e i pensieri che si affollano, e congedare l’idea di ottenere qualcosa anche fosse una sola piccola consolazione. Ci si deve prendere cura dell’attesa, dare spazio alle fragilità, ridere delle proprie pretese, ridimensionare l’ingombrante immagine che ci siamo fatti di noi stessi. In eremo non si sta soli, ma nella solitudine si impara lentamente a stare con il Solo, in eremo ci si nutre della relazione, per questo non si improvvisa, non si vive alla giornata, non si sceglie di fare questo o quello così come viene, anche il semplice “stare” ed “attendere” ha il suo dolce sapore, la cura delle cose semplice e dei dettagli che pochi, davvero pochi, rendono possibile l’impossibile: incontrarsi. Il tempo che con delicatezza e maestria artigianale sembra cambiare ritmo, conduce la tua anima nella dimensione interiore dove puoi non aver paura se ti scopri, dove non senti dolore se scavi e dove se ti lasci andare non provi timore se vai in mare aperto.

             


  Mi è rimasto dentro il sapore di quei giorni, senza il colore aspro della nostalgia, o la fatica di un rimpianto, senza trattenere lo sguardo in dietro né incastrami nel volere a tutti i costi ripetere e rivivere le stesse esperienze. Mi è rimasto dentro come luogo sacro, spazio incontaminato, riposo dopo una battaglia, delicato come un bacio, e profondo come un abbraccio che non trattiene, come l’abbraccio dell’Amico, sulla soglia di casa che incoraggia la tua partenza e ti instilla fedeltà come viatico, come acqua fresca e fuoco che non consuma.

La mia anima come la mia mente e ancora di più il cuore, chiede a quei giorni di consegnarmi qualche piccola memoria per leggere questo oggi, questo tempo, per non disperdere la fatica e le domande scomode intrecciate di dubbi, e spingere i desideri a non trasformarsi in piccoli bisogni, coltivando la necessità di essere consapevoli e non scartare il pensiero critico. Mi rendo conto che quei giorni hanno ancora un forte impatto su di me, hanno lasciato un segno delicato e deciso, sono stati il passaggio e la svolta, non uno “straordinario” ma l’ordinario compimento di un lungo cammino. Un’indecifrata inquietudine si è così depositata nell’incavo dei giorni successivi, che ancora oggi mi porto nel sottofondo del giorno dopo giorno, non è né tristezza né fatica, non è spiacevolezza o insoddisfazione, è piuttosto desiderio di senso, tenerezza provata e possibile da ritrovare. Ecco perché mi fermo nei giorni più intensi, ecco perché mi attardo nel cuore nelle ore della notte o in quelle fresche del mattino presto, ad attendere lo sguardo dell’Amico che sempre si fa trovare e silenzioso, ma non misterioso, si affianca e si riscalda alla stessa mia fatica di cercare e di vivere. Alle prime ore del giorno o quelle cupe della notte, mi sento come un nomade del deserto, che accendendo un fuoco, bivacca con l’Amico; nel silenzio sconfinato delle dune non sono le parole a raggiungerti ma la Presenza, essa sa trasformare l’aridità e lo sconfinamento in abbraccio e carezza, in desiderio di continuare la marcia, nel deserto è la relazione l’unica bussola che ti orienta.




mercoledì 24 dicembre 2025

Dio in altre parole, Natale 2025

 


   Le parole hanno bisogno di delicatezza per essere pronunciate, si nutrono di tempo sospeso, e di pause accoglienti. Le parole sono generate da storie graffiate, da incontri inattesi e da desideri accolti. Le parole sono ambivalenti, possono far fiorire e seccare nello stesso istante. Hanno un enorme potere, per questo a volte sono asservite allo strapotere. Sono armonie, note, musica che narrano e consegnano, accolgono e riconoscono. Sono come soffi leggeri, sussurrate, per questo rigenerano e trasformano, sanano e raggiungono l’intimità. Le parole conduco fino alla soglia del mistero dell’altro, poi si tacciono e lasciano spazio per non inquinare, manipolare, travisare, determinare o tradire. Le parole sono sigillo che uniscono esistenze, aprono mondi quando questi sono distanti, sono potenti quando esprimo ciò che resta censurato e liberano il grido che rivendica e che chiede giustizia. Le parole in sé non si appartengono, piuttosto si consegnano, rischiando di essere utilizzate anche come frecce appuntite, lingue taglienti, armi sofisticate. Le parole danno forma ad alleanze e dolore ai tradimenti.

Le parole ci rappresentano, ci svelano, ci definiscono, ci liberano, ci nascondono. Sono in azione anche quando tacciono.

“Si, il Verbo divenne carne e pose la sua tenda tra di noi” Gv. 1,14


Dio non l’ho mai sentito o cercato in “un altrove” magari rassicurante ed emozionante, l’ho provato ad incrociare nelle mie parole e in quelle degli altri, qualunque esse siano, parole pronunciate in questo tempo faticoso, contraddittorio, violento e presuntuoso eppure un “tempo opportuno”. In questa massa scomposta la sua Parola si mescola tra le mille altre, non pretende di essere l’unica, la suprema e l’altisonante, non si distingue per capacità di marketing, non è seduttiva per accalappiare, è dolce ma non viscida e mielosa, è decisa ma non umiliante, svela ma non svergogna o giudica. È profondamente dentro l’esistere in cui ci troviamo ad evolvere, lo abita prima ancora che lo riconosciamo, è talmente intimo a noi stessi da non poter essere trattenuto, lo possiamo solo riconoscere nel volto dell’altro.

Dio, in altre parole.

Buon Natale, la festa della Parola Incarnata.



martedì 24 dicembre 2024

La luce del primo mattino - Natale 2024

 


La “luce del primo mattino” arriva senza far rumore né annunciando sé stessa, si palesa all’insaputa di chi, immerso nel sonno ancora profondo, non può sapere ciò che accade. La “luce del primo mattino” è in solitaria che evolve e prende vigore, che agisce e rischiara. La “luce del primo mattino” non puoi afferrarla, la puoi solo trovare riflessa in tutto quello che lei non è, ma illumina; rende presente, ma non sé stessa; accarezza tutto ciò che esiste e diventando un tutt’uno, lei scivola in secondo piano. La “luce del primo mattino” è una solitudine, una mancanza, una nostalgia che cerca qualcuno su cui poter riverberare. L’incontro è il suo esistere, la “mancanza” è la sua possibilità. La “luce del primo mattino” è decisa e determinata, raggiunge ogni angolo oscuro, ogni stradina tortuosa, ogni piega che nasconde; non rivela, ma svela, toglie, libera, rende possibile lo sguardo, prende per mano e dipana la paura del buio.

Sento il bisogno di essere preso per mano da chi è come questa “luce del mattino”, ed essere anche costretto ad uscire allo scoperto, di non restare troppo comodo nella mia vita; ho profonda nostalgia delle domande scomode, dei sogni sgangherati e con tinte emotive forti, di quei sogni con orizzonti rivoluzionari anche un po’ fantasiosi, come quelli che mi furono donati in piena giovinezza, mi fu insegnato a sognare con gli altri e spesso a sognare anche per gli altri. Sento un vitale desiderio di incontrare nuovamente donne profetiche e uomini coraggiosi, che sanno coniare parole come ponti, che sanno perdersi nel rischio di un incontro, guardano gli altri negli occhi per un ascolto più profondo, sanno che lo sguardo è solo il primo passo, per essere accolti nel mistero dell’altro. E si avventurano a mani aperte.


Vorrei non aver paura dell’inquietudine che provo di fronte al vuoto culturale e di senso che si palesa nel nostro mondo, della violenza che continua a confondere e inquinare il pensiero, per distruggere ogni senso di appartenenza reciproca; vorrei rimanere lucido, stabile, serenamente in contrapposizione e decisamente resistente, verso chi invita cinicamente a riprendere in considerazione una “mentalità di guerra”, questa visione è la prima arma davvero subdola e potente. Non vorrei cadere al torpore dell’indifferenza, alla palude della distanza, al freddo di chi “basta a sé stesso”.

Mi sono preso giorni di solitudine quest’anno, mi sono avventurato nel “deserto” senza sapere cosa realmente potesse accadere, mi sono preso il rischio di “lasciar fare” a Lui, a Dio, che da sempre è per me come la “luce del mattino”. Tra le mani mi ha appoggiato “l’inquietudine”, da tener viva quando rischio di “fare a meno degli altri”, mi ha sussurrato che è più facile trovare la pace interiore e la quiete profonda, molto più difficile è trovare sé stessi nel volto dell’altro, così mi ha offerto un “sorriso” per spingermi in questa seconda avventura. Mi ha mostrato che è molto più forte e rivoluzionario com-promettersi con l’umano, sempre, sempre, sempre.


Una Parola ho ripetuto in queste settimane, nel cuore a cuore della preghiera, le ho ripetute come soffio leggero, sulle fatiche mie e di questo mondo, mi hanno nutrito, mi hanno scomodato, mi hanno forzato a mettermi in moto, te le regalo perché anche in te possano generare quella sottile, leggera e decisa “luce del mattino”:

Il Signore consolerà Sion, consolerà le sue rovine. Ritorneranno la gioia e l’allegria, il ringraziamento, il canto e la musica”.      Is 51, 3





lunedì 26 agosto 2024

Tre parole e mi scomodo

Inaspettatamente senti una carezza leggera e decisa, ti raggiunge e ti incontra nelle pieghe più nascoste della tua capacità di percepire, arriva come dono nel momento in cui smetti di pretendere e chiedere, quando non la costruisci nella tua mente, quando non la progetti a tua misura, quando smetti di volerla solo perché ne hai bisogno. C’è una gratuità che disarma, nella carezza di Dio.

Essa è profonda e smisurata intimità, che apre ad un respiro pieno, non è più un flusso di “acqua fresca”, è sorgente, è il punto esatto dove sgorga e lì, vieni posto, come un bambino adagiato nel talamo dove è stato generato. La Sua carezza ti pone al “tuo inizio” e ti ritrovi nel luogo del “tuo approdo”, in un abbraccio che è riconciliazione e armonia ritrovata: per-dono.

Ogni parola che cerchi di pronunciare per poter descrivere a te stesso ciò che quella carezza produce, senti che è insufficiente e per certi versi blocca quello che, in realtà andrebbe solo vissuto; il silenzio è il linguaggio appropriato in questa esperienza, perché ti immette nel flusso dell’incontro senza nessuna barriera, nessun paracadute, nessun vincolo, sei a “mani vuote”.  Ci si può spaventare e si tenta di riprendere subito il controllo, eppure il Suo essere non più di fronte, ma dentro tutto il tuo esistere, ti permette di comprendere chiaramente che ogni resistenza è il rifiuto più sciocco e la scusa più banale che puoi avanzare ad un dono smisurato, di cui ne hai sempre avuto nostalgia e nel tempo ne sei diventato mendicante.


Ecco perché nella Scrittura una delle parole ricorrenti a dismisura è “LODATE!”, espressione intrecciata, mescolata, sporcata e messa alla prova da fatiche, lotte, conflitti, contraddizioni e violenze, ma poi? Torna, come un intercalare di speranza, di riposizionamento alla radice, come parola generatrice che invita e coinvolge: LODATE! Si può sussultare, in un impeto di bellezza, di gioia piena, di letizia, di cambio di prospettiva, non perché te lo produci da solo, ma perché ti arriva dal TOCCO LEGGERO E DECISO DELLA CAREZZA DI DIO.

È ciò che succede all’amata o l’amato descritto nel “Cantico dei cantici” che grida e irrompe in un fiume di parole che descrivono la potenza dell’amore che ha sperimentato e ricevuto, lo narra agli altri come una lode: è bellissimo, urlerebbe.


    

Lodatelo perché è tenerezza, è fragilità che ti invita alla cura, è sguardo discreto che sa raggiungere senza giudizio, è limpidezza, accoglienza, è giustizia e grido nei più fragili, è denuncia nelle disuguaglianze, è paterno non paternalista, è madre perché il suo utero è gravido di misericordia, è fratello perché sei sangue del suo sangue, anche quando lo senti estraneo o che non ti appartiene, per Lui sei il desiderio che lo abita senza il limite di un inizio: “sei il suo desiderio.

Nella Scrittura, la carezza di Dio produce, con la stessa forza dirompente della LODE, con lo stesso vigore e potenza generatrice, la DENUCIA. La Sua carezza non è intimismo, sentimentalismo, non è il circolo delle “belle anime”, piuttosto irrompe facendo saltare i confini, ti spinge ad alzare lo sguardo e passare dalla contemplazione del tuo ombelico, agli occhi di chi ti sta accanto. La Sua carezza profonda è anche “scomoda”, nel senso etimologico che la parola racchiude in sé, ossia ti provoca fastidio, ti mette in difficoltà, immette una rottura, spezza un’armonia che era perniciosa e quindi ti mette in movimento, ti spinge ad andare fuori dal tuo “star comodo”. Fuori dal tuo comodo, trovi la realtà di vita di donne e uomini del tuo tempo, trovi i conflitti determinati e sostenuti dalle prepotenze e dai tornaconti dei pochi, vedi le disparità, le manipolazioni, le incongruenze, e non puoi più tacere. Scomodare è racchiuso anche nel “Vieni e seguimi”; chiara e senza sfumature la frase che Gesù rivolge ai primi che ha incontrato e che saranno la sua comunità di vita, per lui era palese dove si andava: nella Galilea delle genti, nella “borgia” delle contraddizioni.


In questi giorni di eremo l’occasione di fermarsi, rallentare il ritmo, permettere ai pensieri di decantare meglio in profondità, mi hanno permesso di rimettermi anche all’ascolto della storia personale di Charles de Foucauld, che per me resta quell’amico che, avendo trovato una passione per cui valeva la pena spendere tutta l’esistenza, te la trasmette e la sa instillare in profondità, appassionandoti così tanto e bene, che la stessa passione la senti ormai totalmente un “tuo vestito su misura”. Rileggendolo mi sembra che la sua vita abbia provato a mettere in armonia e in sinergia creativa proprie queste tre parole: CAREZZA, LODE E DENUNCIA. Le ha coniugate non passando attraverso progetti, strutture, mezzi efficaci e quant’altro, no: le ha fatte passare per la sua carne, nel suo corpo, nell’evolvere della sua vita, nelle relazioni concrete. Questa forma di vita scriveva a sé stesso: “vivila nel luogo più utile per il prossimo”.