martedì 13 agosto 2024

Alle prime luci del giorno

     


A quell’ora del mattino I rumori sono totalmente assenti, o quasi. La luce incomincia lentamente a crescere e così si delineano i contorni della collinetta di fronte all’eremo e pian piano anche la grande montagna che svetta più avanti, tratteggia meglio la sua forma. Sono appena le 5:00 del mattino, veramente tutto tace o forse prova a godere di un po’ di fresco, viste le giornate torride che si susseguono senza tregua, probabilmente anche gli animali preferiscono restare fermi. Approfitto di questa quiete per iniziare la giornata con il silenzio, restare in quest’abbraccio, in questo spazio che accudisce all’insaputa dei molti che ancora dormono. In questo grembo di silenzio anche i gesti sono importanti, sono quell’arcaica capacità dell’essere umano di dare senso a ciò che vive, di esprimerlo attraverso la materialità e il movimento che compie, è un linguaggio che esplicita, da forma e fa esistere ciò che sente, così passando dalla propria intimità esce e si esplicita all’esterno, diventando il modo per interagire con l’ambiente, o con chi ha davanti a sé. Il primo gesto che compio nelle prime ore dell’alba? Accendo dei piccoli lumini, che rischiarano appena la cappellina, la fragile luce che emanano non irrompe prepotentemente nel buio, anzi sembra amalgamarsi armoniosamente con esso; il lumino appeso accanto al tabernacolo ciondola ancora per un po’, fino a trovare la posizione stabile che la forza di gravità gli assegna, più che rassegnato sembra aver trovato la postura giusta per illuminare meglio. Questo gesto, un po’ rituale, dice bene il desiderio di essere da subito in intimità con Dio.

    Nei primi giorni di eremitaggio, si combatte sempre con la “confusione interna”, ci si prodiga nella ricerca del silenzio, ci si organizza anche il tempo, ma la mente continua a tenerti incollato sulle voci, le situazioni e le sensazioni che ti sono restate addosso della tua quotidianità: sei qui, ma in realtà sei altrove, pensi di essere in solitudine, poi scopri che sei nel mezzo del traffico all’ora di punta. Occorre darsi tempo o, meglio ancora, occorre dare il “ben venuto” a tutto il condominio che ti abita, è la vita che hai scelto, più o meno consapevolmente, è ciò che vivi, è semplicemente il quotidiano, da non vedere o percepire come distrazione, ma come il luogo della propria umanizzazione. Niente esercizi ascetici allora, niente tecniche, nessun allenamento particolare, solo accoglienza…con una buona dose di autoironia. In quel frastuono c’è del buono e dell’interessante da scoprire e ascoltare, del resto non sono venuto in eremo per una quiete interiore, né per pacificare il cuore, sono in eremo perché possa unificare, far dialogare il mio esistere, e in questo, c’è prima di tutto il “mio stare con gli altri”, il mio modo di stare al mondo: nei rumori interni molto, se non tutto, è legato a questa dimensione relazionale che viviamo inesorabilmente. Adriana Zarri diceva: “l’eremo non è un guscio di lumaca”, con un’immagine così chiara si smonta ogni poesia o scivolata verso un romanticismo pernicioso. L’eremo è il tempo del so-stare.


Poi ad un tratto, più o meno inaspettatamente, avviene la svolta, certo da non immaginare un’illuminazione, una rivelazione, un irrompere di forze divine, è qualcosa di molto più scarno, quasi banale: molli la “pretese” e ti fidi “dell’attesa”. Si, ti fidi, ti devi proprio affidare, dargli credito, entrarci in relazione dinamica con ciò che vuol dire e comporta la parola “attesa”; l’attesa è una postura, un modo di stare nel flusso vitale degli eventi; l’attesa non è semplicemente il ricevere passivamente, il subire un destino, è piuttosto un riposizionarsi in equilibrio all’interno della relazione, tra te e la vita, tra te e gli altri, tra te e Dio: c’è una parte attiva, perché fai spazio, liberandoti del “superfluo” e dal “tossico” in cui avevi riposto fiducia e questo, tu puoi deciderti di farlo è nelle tue mani; c’è allo stesso tempo una parte passiva, quella in cui impari a ricevere senza pretendere, né condizionare, senza dettare nemmeno i tempi, come quando diciamo: “ lo voglio adesso”, “devo averlo ora”, l’attesa ti toglie anche la pretesa che tutto è nelle tue possibilità, ti impoverisce.

Il silenzio è più intenso, la luce del giorno si rafforza e il lumino di lato al tabernacolo è fermo, stabile in piena armonia con il resto, indica la Presenza, chi dell’attesa ne ha fatto un grembo…allora la solitudine diventa ospitalità: delle storie che hai vissuto, dei volti che hai incrociato, delle “rabbie” che hai condiviso o semplicemente accolto, dei “piccoli” che ti hanno messo in crisi e ti hanno liberato.

O Unico, perché cercarti nei cieli, quale terra è vuota di te?

O Unico, perché cercarti dentro una casa, non sei Tu che abiti in me?

O Unico, tu puoi essere assente, il mio cuore veglia nel ricordo di te.

O Unico, tu puoi separarti da me, crescerà il desiderio dell’incontro con Te.

O Unico, tu sei l’Amante, ma io l’amato sono in Te.

O Unico tu sei il mio Amato, sei Tu l’amore che è in me.

Con te la mia follia è santità,

la mia sapienza è stoltezza,

con te la mia debolezza è forza, la mia povera vita, diventa vita divina.   (dalla liturgia di Bose).



mercoledì 7 agosto 2024

Il nome dei "piccoli"

  


 Vorrei incontrare qualcuno, non stia dalla parte di chi ha palesemente ragione agli occhi del pensiero comune, di chi si ritrova in una posizione scomoda; vorrei incrociare quelli e quelle che sono non solo minoritari, ma assolutamente dimenticati dal resto del mondo, perché la loro difesa non apporta nessun tornaconto appetitoso. Vorrei incrociare chi non dice: _ah! No, questo non puoi farlo, perché IO…Ma senza pensarci molto e con sincerità spudorata, ti guarda negli occhi e ti dice: _ Come mai fai così? Come mai pensi in questa maniera? Senza per questo metterci la ben minima traccia di contrapposizione ed ostilità.

    Vorrei che mi toccasse il cuore la freschezza di chi sa rallegrarsi delle feste, dei segni e delle credenze degli altri, senza per questo aver il minimo bisogno di assomigliarsi. Vorrei contemplare silenziosamente lo sguardo di chi resta in silenzio perché consapevole che non ha tutte le risposte, e così rimanerne di colpo a secco non li smarrisce, ma li radica nella loro vulnerabilità, nella fiducia che hanno nella “mancanza”.

    Vorrei ancora semplicemente avvicinarmi, per iniziare a camminar loro acconto, a quelli che non si attardano sempre ad indagare “le colpe”, ma sanno restare in movimento, come cercatori attenti, per comprendere i “processi”.

    Come sarebbe bello raggiungere per “origliare” un po’, il cuore di quelle persone che non ritrattano la parola data, anche quando si accorgono che ci perderanno, hanno il cuore troppo impegnato e preso sul valore della relazione, per questo dimenticano il “calcolo”.


    Vorrei tanto perdermi nell’ascolto della libertà e del coraggio di chi ha imparato a dire le proprie ragioni senza rivendicare o proteggersi; chi sceglie il confronto, piuttosto che la violenza di un mutismo; chi sa dire un addio; chi sa prendere atto di una rottura, ma non sente per questo il bisogno di “spezzare” l’altro o l’altra, perché non se ne fa nulla della difesa ad oltranza e ancor meno di costruirsi la trappola del credersi giusto.

    
Sono questi i “piccoli” che il Vangelo mette al centro, lì pone davanti senza dar loro un nome…questi devi cercali.



domenica 4 agosto 2024

Nel deserto nulla resta nascosto


 Ho deciso, ormai da tempo , di immergermi nel silenzio profondo e nella solitudine con Dio di un mese. Da anni cercavo di mettere insieme i giorni, di intrecciare impegni e liberare giornate perché potessi avere la possibilità di staccare dal quotidiano e avere questo tempo prolungato di solitudine. Non ho un motivo preciso, o chissà quale scopo particolare, è piuttosto un esigenza che lentamente ha preso forma, un' attrazione senza pretese, o semplicemente l'evoluzione naturale del mio cammino. Fermarsi e ritagliarsi uno spazio per il cuore a cuore con Dio è un dono e una possibilità che ci si può concedere, anzi è un rischio che si può correre. L'occasione per mettersi in movimento non è mancata, sono passati 25 anni dalla mia prima alleanza con Dio, nella forma di vita di Nazareth, questa vita da piccolo fratello che passo passo ho lentamente imparato ad accogliere, scorgendo e lasciando fluire il desiderio di solitudine con Dio. Senza averne troppa consapevolezza, questa alleanza ha ormai tracciato un discreto cammino. Il tempo trascorso non mi invita a guardare indietro per tracciare delle sintesi o fissare delle certezze, gli anni sono stati intensi e sempre attraversati dal profondo desiderio di giocarmi una vita completamente contaminata dal Vangelo: questo Gesù di Nazareth non è mai stato indifferente per me, né mi è mai apparso banale, mi ha intrigato quella sua passione per l'uomo a partire sempre dal più piccolo, quel suo rompere gli schemi, ma mai spezzare le esistenze. Non è certamente Lui che mi ha invitato a scegliere la spiritualità di Nazareth, ancor meno mi ha chiesto di essere piccolo fratello, è stata quella irresistibile e bizzarra attrazione verso le sue parole e quell'averlo sentito tremendamente e concretamente "il mio di fronte", che mi ha interpellato. La mia scelta di vita è il modo concreto, la carne visibile, la modalità definita in cui sento di vivere e dare quotidianamente forma al mio rapporto con Lui e così come ogni forma di relazione trasforma, modella, genera il modo di essere al mondo, così quando dico di voler essere un "piccolo fratello", non desidero dire altro che il mio modo di stare al mondo e nelle relazioni. E' ancora tutto un cantiere, un costante modellamento, è un tentativo, un provare e riprovare, non importa, è la dinamicità di una relazione. 

Sono arrivato in eremo questa mattina, un po' frastornato, così desiderio e paura si abbracciano, resistenza e curiosità si stuzzicano a vicenda come due bambini che giocano a rincorrersi per vedere chi ha più forza nel gioco. L'eremo è silenzioso, immobile, qualche tela di ragno va rimossa, la polvere non manca. I libri trovano il loro posto, le finestre si aprono ed entra aria fresca, la luce del sole toglie l'umidità e l'odore di chiuso. Ma il primo gesto che compio è mettere in custodia il Pane. Nel deserto si apprende l'arte dell'essenziale e in questo tempo di deserto il Pane è quell'essenziale che mi pone davanti a due realtà: la totale gratuità di Dio e la dimensione del "noi", perché quel Pane mi è stato dato, consegnato dopo la celebrazione Eucaristica da una comunità che si è ritrovata insieme. Senza queste due dimensioni chiare, il deserto e la solitudine, per quanto mi riguarda potrebbe, diventare solo la contemplazione del proprio ombelico, di questo, non né sento assolutamente la necessità sinceramente. Non mi interessa cercare la felicità, la pace interiore, l'armonia profonda con l'universo, il distacco da ciò che mi mette in agitazione, mi interessa piuttosto andare a fondo, rischiare l'incontro, farsi accompagnare dove non andrei mai per paura, controllo e codarderia; Il deserto non nasconde nulla e nulla addolcisce, ti offre il silenzio come una mano tesa che non strattona, ma comunica fiducia e prepara al momento dell'Incontro.





lunedì 22 luglio 2024

"NON TRATTENERMI"

         


    È un viaggio non sempre facile quello che ognuno di noi compie, alla ricerca di un “sé” che si senta finalmente a casa; vaghiamo per avvistare un approdo sicuro, un porto calmo, o semplicemente delle braccia accoglienti. Nasciamo dentro un “noi” e la sua nostalgia muove la rotta, quel “ noi” che ci fa da luogo caldo, che ci mette al riparo dal freddo della solitudine o peggio dall’idea che possiamo bastare a noi stessi. È il desiderio profondo di quel ritrovarci dentro un intreccio di relazioni, che muove e genera vita al nostro continuo evolvere, come nomadi.

“Siamo figli di un pastore errante” ci ricorda per questo la Sacra Scrittura, di quell’Abramo che con lo sguardo rivolto alle stelle, dove Dio lo aveva invitato a scorgere la moltitudine che avrebbe generato, si fidò del  desiderio instillato da quella relazione, contemplò la sfida della vita nomade, rinunciò ad uno “sguardo” ridotto e piegato su  sé stesso e al proprio piccolo territorio, per scorgere che la vita è sconfinamento.

Sono queste le suggestioni e i pensieri che affiorano in questo tempo dedicato a scorgere le tracce di venticinque anni di vita in alleanza con Dio nello stile di Nazareth, me ne sono accorto per caso eppure il tempo è trascorso; sono stato preso dalla meraviglia, dall’incredulità e da una profonda gratitudine.  E’ tempo di guardare ancora alla strada da compiere, senza indugiare troppo nella retorica dei ricordi. Il tratto, che fino ad oggi ho percorso, mi consegna una piccola mappa, dove non sono segnati i luoghi o definite le strade, quanto  piuttosto è una mappa delle piccole scoperte, delle “parole” consegnate, degli sguardi intrecciati, delle occasioni perse, delle sterzate improvvise. E’ una “mappa” che si deve necessariamente ascoltare e in silenzio. E l’ascolto, a volte, ferisce e cura allo stesso tempo.


Oltre ad Abramo c’è anche una donna che oggi si fa compagna di questo errare, è Maria Maddalena. Il suo sguardo è piegato  verso il basso, è irretito da un sepolcro; trattiene per amore, ma in realtà blocca, toglie vita, aria e respiro. Cerca, ma non trova; scorge, ma è miope il suo vedere; vuole ancora incontrare, ma  è in balia del  “possedere” , per questo probabilmente non riconosce, non sa dare un nome, a chi interloquisce con lei.

“Non trattenermi”, questa richiesta improvvisa risuona nell’intimo di Maddalena quando sente pronunciare il suo nome. L’amore smisuratamente gratuito, lo sguardo che sa scendere e raggiungerti in profondità, sa dare un  nome; non lo balbetta e non procede per  tentativi: ti raggiunge immediatamente e ti riconsegna alla vita piena. Solo il Risorto può tanto e così in profondità.


Emerge lentamente e con decisione il bisogno di fermarmi, nella fretta non si può cogliere nulla, al massimo si sorvola, si resta molto in superficie, ma fermarmi non è sinonimo di isolarmi, non vuol dire recedere, né tagliare e ancor meno prendere le distanze. E’ l’invito deciso a sostare nelle relazioni, è il lasciarsi raggiungere, toccare, spogliarsi, accarezzare, tutti verbi che indicano che è salutare smettere di essere l’artefice unico di ciò che accade.