martedì 21 novembre 2023
domenica 5 novembre 2023
domenica 29 ottobre 2023
Eremo a piccole dosi
Da giorni, da mesi in realtà, che mi pongo la domanda: come mai sento forte il desiderio di stare ritirato, da solo.
La questione in sé potrebbe avere un fascino ed essere contemporaneamente
“trappola”, potrebbe aprire una nuova prospettiva, allargare gli orizzonti,
sviluppare un cammino, oppure semplicemente celare una fatica, un malessere,
costruire in dettaglio il piano di una vera e propria fuga. Ho centellinato con
parsimonia i tempi di solitudine che spesso ho vissuto e curato, i giorni o le
settimane di eremitaggio sono per me spazi fondamentali da vivere, eppure questa
volta ci sono entrato in punta di piedi. La solitudine usata come mezzo per fuggire è un rischio che non voglio
correre e soprattutto ho imparato a classificarla
come “malsana” proprio attingendo alla millenaria sapienza della vita monastica
e della tradizione eremitica. In eremo si va per stare da solo con il Solo, non
per fuggire relazioni e situazioni, ancor meno si va per isolarsi.
Ma la questione mi intriga, mi muove, mi scomoda e mi
infastidisce, quindi parla di me e mi raggiunge in profondità.
Non ho ancora trovato una risposta a questa inquietudine, per questo la frequento ancora e mi lascio contattare da essa. So che richiede tempo, che necessità di silenzio come anticamera di un incontro; bisogna coltivare zolla zolla, scavare e zappare con cura il terreno arido in cui mi sono ritrovato, anche questo è deserto. Ci si spoglia, perché si tolgono gli abiti delle risposte scontate, si resta con l’essenziale.
Si resta, appunto, si resta lì dove si è approdati.
Questa volta è l’attesa a scavarmi a fondo, a generare e
rigenerare un terreno che forse si prepara ad una nuova semina. Come il vino nuovo
necessita di botti nuove, così una nuova semina non può produrre frutto in un
terreno secco e indurito. A volte ci vogliono colpi di zappa decisi e profondi,
occorre “rivoltare la terra”.
Probabilmente e dico probabilmente, non sono le relazioni che vorrei fuggire, ma le modalità con cui viviamo oggi le relazioni che non vorrei più assecondare come se fossero inevitabili.
sabato 28 ottobre 2023
mercoledì 30 agosto 2023
domenica 20 agosto 2023
Dalla parte sbagliata
“Sono dalla parte sbagliata”. Nel momento in cui cerchiamo di comprendere il senso di ciò che facciamo o quando ci fermiamo, dopo un lungo vagare, per cercare di comprendere a quale meta realmente stiamo approdando, una sensazione del genere può emergere dal profondo. Se la questione proviene dal nostro intimo, come questione esistenziale, come ricerca di senso, allora è più o meno accettabile la fatica insita nel cercare la risposta, anzi per certi aspetti è gratificante, ma se ad un certo punto e inaspettatamente, la questione non emerge dal sé, ma arriva come uno schiaffo dall’esterno, beh allora la questione è totalmente differente.
Ieri uscendo di casa, incrocio una vicina di origine
africana, con lei ho sempre avuto scambi comunicativi veloci, ma comunque ci si
conosce da tempo ; come da copione ormai scontato, prima o poi, quando l’incrociarsi
lo permette e ti concede quel secondo in più di scambio verbale, arriva la
fatidica domanda? – ma tu sei sposato? Hai figli?.
Come posso in pochi istanti riassumere un vissuto, un viaggio intenso, fatto di pause, corse in avanti, inciampi, domande scomode e scelte appassionate? Farfuglio qualcosa alla meno peggio, complicando per altro la situazione e soprattutto mi auto-inganno pensando che la risposta palese e quella d’effetto, sia la più comprensibile, che possa acquietare ogni perplessità, sciogliere ogni dubbio, ed illuminare come se fosse un nuovo kairos la persona che ho di fronte: non sono sposato perché tra noi cattolici, qualcuno decide di legarsi a Dio solo. Così di colpo riporto tutto al caos primordiale.
Ma qualcosa dello show e del film che mi stavo proiettando dentro,
non va, la macchina da spettacolo si inceppa, il copione non viene rispettato e
il “bello della diretta” fa altro.
“TU NON SERVI A NULLA”. La frase diretta, fortemente
sostenuta e rafforzata da un espressione facciale di disgusto inappellabile,
chiude ogni possibilità di incontro.
Quante volte ho pensato al valore che la mia scelta
personale poteva rivestire? In quante situazioni ho percepito Dio dentro ogni
passo che concretizzavo? Quanta fatica poi nel discernere, nel comprendere e nel
cercare la persona giusta con cui confrontarsi, ma di colpo qualcuno ti dice
che sei “dalla parte sbagliata”, anzi sei proprio un errore, per te e per gli
altri.
L’incontro è difficile, l’uscita da sé è molto complicata, perché
là fuori non c’è l’isola deserta con la natura rigogliosa dei Caraibi, ci sono
gli altri. In un tempo dove ci si anestetizza a piccole dosi con le frasi dei
saggi, dove la ricerca della felicità a tutti i costi e a basso mercato è
sempre possibile e a portata di mano, come i vestiti che imitano l’alta moda ma
a 9,99 €, il “TU NON SERVI A NULLA” è un tuffo salutare nella complessità della
vita umana, è un’uscita dal film proiettato dalle tue illusione e un “ben
tornato a casa” dopo le ferie d’agosto.
Eppure.
E’ questa frizione vissuta, è questa apparente
incomunicabilità che diventa terreno fertile, il momento opportuno, l’oggi
della tua ricerca di senso; questo terreno ruvido è dove poggi i piedi per
iniziare la vera emigrazione, dal “costruirti” la vita, al viverla. Il nostro umano è questo, è anche
questo. “L’altro è l’indesiderato” diceva lucidamente Lévinas, chissà quanto
silenzio, quanto tempo abitato nelle relazioni sono serviti al filosofo per
giungere ad una sintesi così efficace. Si l’altro è l’ospite inopportuno, che
arriva bruscamente, è l’imprevisto fastidioso che cambia il piano del tuo
viaggio, è lo sguardo e la prospettiva che ti infastidisce, ma non per questo è
da scartare e meno veritiera.
Abituati a fotografarci da soli alla ricerca della luce che ci illumina meglio, lasciare la fotocamere in mano ad altri è un rischio a cui, non solo non siamo più abituati, ma non vogliamo proprio correre: io mi autodetermino.
Si può scegliere di scappare o si può accogliere il “GRAFFIO”; l’altro è una presenza dolce, è una possibilità, è ricchezza e nutrimento fin tanto che rientra nel nostro schema predefinito, o semplicemente sa stare nell'inquadratura del nostro selfie.
Anche la cananea è stato un graffio per Gesù, anche Dio si
rende vulnerabile, fa in Gesù l’esperienza di essere graffiato; ma il racconto
di questo “graffio” sperimentato da Gesù, Matteo lo conclude con un dato di
fatto esistenziale: “in quell’istante la figlia guarì” (Mt 15, 28). La guarigione
non è solo di Gesù ( che fa un passaggio di visione, pensiero e sentire a 360
gradi), né della cananea ( che era già in movimento verso un altro, in questo caso
specifico verso Gesù che voleva incontrare), la guarigione si estende ad altri,
ai “figli e figlie”, come a dire la lasciamo in eredità, la trasmettiamo, ossia
la mettiamo in un “oltre noi” come vita piena. E’ in questa inaspettata
conclusione del Vangelo che risiede un ulteriore “graffio”.
“Tu non servi a niente”. Io sono andato a destra e lei a sinistra, forse distanti, forse opposti, sicuramente contrariati, un po’ anche incazzati. “In quello stesso istante guarì”.
domenica 4 giugno 2023
Vuoto a rendere
“L’altro è l’indesiderato” così si esprimeva Emmanuel Levinàs, un espressione che risuona spesso nella mia testa e provoca immagini e sensazioni contrastanti, genera un sussulto di vita mentre ne colgo una sorta di graffio profondo. Non riesco assolutamente ad immaginare la mia vita e la mia scelta di vita in particolare, senza cogliere in ogni istante che ho vissuto, una presenza, una relazione; alcune hanno generato dei veri e propri capovolgimenti, hanno aperto strade e possibilità inaspettate, altre hanno prodotto ferite, evidenziato vulnerabilità, colto fragilità profonde e contraddizioni: ogni tratto che mi caratterizza non è altro che una parte di me che custodisce il volto di chi ho incontrato. La costruzione della nostra identità è come un lavoro costante e paziente, tenace e a volte caparbio, di chi, come un artigiano, sa costruire a mani nude e a volte con pochi strumenti, una “custodia” dove non solo collochi ciò che l’altro può deporre, ma ne prendi cura perché la muffa e “la tignola non consumi” il dono che ti è stato consegnato. Se per un solo istante fermo il tempo che scorre, rallento la corsa del quotidiano e parcheggio nella dimensione del silenzio e del vuoto, non posso far altro che constatare che il mio “io” non ha mai generato e creato se stesso, il mio “io” è suo malgrado, il frutto di una libertà, quella di lasciarsi plasmare, toccare, generare da altri, non certo della presunzione del “farmi da solo”. Plasmare vuol dire anche raggiungere l’altro toccandolo, avvicinando le mani, entrando in contatto, come l’artigiano quando modella la creta: avvicinando e quasi sfiorando quell’impasto di acqua e argilla, il vasaio deve avere cura perché la sua forza non spezzi, non imponga un “modello”. Con la creta l’artigiano si mette in relazione, ne sogna la forma, ne desidera un’armonia, ne immagina una bellezza, ma deve intercettare anche le possibilità che quella piccola zolla di creta può realizzare: anche un vaso è frutto di una relazione e se è piena e armonica, il vaso trova la sua identità, non nella bellezza, non nell’armonia, né nella sua unicità, ma nel suo essere “vuoto che accoglie”; una relazione è nutriente, ci libera e umanizza se ci renda capaci di essere recettivi, vulnerabili, abbordabili e capaci di perderci in altre relazioni. Siamo sognati nell’impasto di relazioni costanti, crete fragili e vulnerabili, soggette a modellarsi su forme rigide che si spezzano o armonie che sanno coniugarsi con mille altre, senza il bisogno di emergere o distinguersi per narcisistiche originalità.
Ogni volta, ogni momento in cui forte è il desiderio di intimità con la Presenza, mi colgo nel volto inafferrabile ed elusivo di Dio; nelle “mani” del vasaio non mi trovo affatto manipolato, mi sorprendo piuttosto del suo “tatto” e della delicatezza con cui mi sfiora. Come una “brezza di vento leggero”, così è il suo essere in relazione con me ed è questa relazione che mi plasma, non il suo potere manipolativo; Lui non mi trattiene, perché non trattiene la vita in sé, ma la genera in sovrabbondanza in me. E tutto questo è paradossalmente anche “indesiderato” , in quanto chiede lo sforzo di perdermi, di emigrare dall’auto-referenzialità, assumendo la ferma decisione che “non si basta a se stessi”.
Quando lasci che Lui affondi le sue mani nella creta del tuo
io, senti che ti sta preparando ad affondare te stesso e la tua esistenza nella
creata fragile dell’umanità; costruisci con il silenzio quel vuoto che accoglie
il volto dell’altro, ti spogli di pretese, smonti pezzo pezzo le rigidità che
fanno da ostacolo all’incontro con il fratello, congedi te stesso dall’idolo
del tuo IO e ti metti in cammino, giorno dopo giorno, ti lasci gettare come un
minuscolo seme non più preoccupato di quello che dovrà diventare, ma
semplicemente assetato di relazione, perché la relazione è acqua fresca che
arriva nel deserto.
Cos’è e come comprendo la scelta di vivere da piccolo fratello oggi? Beh direi: un vaso di creta, nelle mani del Vasaio e i suoi artigiani, gli uomini e le donne di questo tempo.















