lunedì 10 novembre 2014
lunedì 20 ottobre 2014
Il grembo del quotidiano
Dopo tanta fatica, tanta strada in salita, e quella sensazione di essere in pieno deserto,
ecco che quasi inaspettatamente mi ritrovo in un oasi fresca ed accogliente, mi
accompagna in questi giorni un profondo senso di “appartenenza”, a me stesso e
a Dio, in una dimensione di relazione che nulla ha a che fare con il
sentimentalismo o lo spiritualismo, al contrario provo una “corposità” nell’appartenermi
e nell’appartenere, del resto ho sempre fatto
molta fatica nel vivere la dimensione spirituale staccata da quella umana
e quotidiana; può sembrare una banalità, ma nelle pieghe ripetitive del giorno
dopo giorno, possiamo rintracciare delle opportunità inaspettate, purché non cercate in un altrove mitizzato e spesso
sacralizzato…Dio non abita il sacro, ma rende fecondo il grembo apparentemente
sterile del nostro quotidiano.
Gli incontri, le situazioni che ho vissuto, i conflitti che
mi sono trovato ad affrontare, tutto si è trasformato in “occasione giusta”
per dare il nome proprio a quel deserto,
o a quei vuoti che mi trascinavo dentro da troppo tempo. E il vuoto non va
riempito, come suggerisce Massimo Recalcati in uno dei suoi ultimi libri, il
vuoto va protetto e ascoltato, perché solo così l’orizzonte del desiderio si
delinea con maggiore nitidezza e con tutta la sua passione ci spinge in avanti,
non solo per continuare a desiderare, ma a dare concretezza alla nostra vita, a
prenderci la responsabilità di impegnarci per noi e per gli altri, o meglio
insieme agli altri.
Mi è un po’ più chiaro il motivo per cui sono arrivato fin
qui, in questa realtà, in quest’ambiente: per ritrovare me stesso, attraverso
lo “stare con”, spinto dalla nostalgia di un luogo periferico in cui ognuno è provocato,
messo in questione dalla diversità dell’altro, che probabilmente rimarrà altro,
e quindi sconosciuto, non facile da comprendere, ma in questo luogo di mezzo
siamo tutti disorientati, provocati, e scomodati dall'azione della reciprocità.
Allora può accadere che ci si arrocca alle proprie appartenenze o ci si
irrigidisce nel definire la propria identità, ma questo non porta a nulla se non
a difendersi ed allontanarsi, così si può vivere ovunque, ma dovunque si resta
semplicemente delle isole.
Nel mio quotidiano si alternano momenti di profonda
vicinanza, di barriere che cedono senza nessuna resistenza, di condivisioni di
vita apparentemente impossibili, per mille motivi, dalla differenza culturale a
quella d’età, o semplicemente di situazione sociale, ma ci sono anche distanze
che restano nonostante tutto, e che richiederebbero secoli per poter essere
superate, gli stessi che hanno forgiato
le culture e i valori a cui volenti o nolenti ognuno di noi fa parte
integrante; posso dire che Dio, prendendomi per mano, silenziosamente,
delicatamente, mi ha condotto qui, non per conquistare questo posto per Lui, ma
perché abitandolo riconoscessi la mia umanità nell'umanità degli altri, e senza
fare troppo rumore, nel “nascondimento”, così come mi suggerirebbe Charles de
Foucauld, sorprendermi in cammino con altri uomini e donne.
mercoledì 1 ottobre 2014
Qui e non altrove
L’ascolto è una delle dimensioni che sento ancora non pienamente assunte nella
mia quotidianità e allo stesso tempo, una di quelle che maggiormente mi trovo a
vivere nel ripetersi spesso monotono delle giornate. Trovarmi in ascolto di
qualcuno non è mai programmato, quasi sempre è inaspettato e sovente sembra
casuale, ogni volta comunque è un’esperienza che tocca la parte più intima di
me stesso, fortunatamente rientrando a casa ho la possibilità di custodire
tutto nel silenzio, per far in modo che quello che l’altro, incontrato magari
in strada, sul pianerottolo, all’angolo della mia via, trasformi e scomodi la mia vita. Tra ieri ed oggi mi sono immerso dentro gli
occhi, le parole e i gesti di alcune persone che mi hanno raccontato parti di sé,
non hanno chiesto nulla, non hanno cercato né conforto né risposte certe, hanno
raccontato, esternato, ma direi anche consegnato, quello che avevano di più vivido nella loro
vita.
Per un istante brevissimo mi sono accorto che gli occhi del
mio amico pachistano si sono riempiti di lacrime, mentre mi raccontava la
fatica di questo momento, con le decisioni da prendere, il desiderio di essere
rispettoso delle regole, di rimanere fedele al suo alto senso dell’onestà, e di
non cedere alla forza distruttiva che la crisi che viviamo, sta vomitando nell’esistenza
di tanta gente senza distinzione di genere e appartenenza, è stanco e sente che
le forze di un tempo, la capacità di resistere agli urti sembrano svanire, ma
non può cedere, ha una famiglia, ha dei figli, ha soprattutto una storia
personale fatta di costruzione lenta e tenace, proprio ora non può cedere allo
scoraggiamento; probabilmente è un misto di rabbia e sconforto quello che emerge
dietro quelle lacrime, che restano comunque discrete, per il tentativo di
trattenerle. Nonostante questo me ne accorgo e mi ci “sento
dentro”, mi colpiscono molto più delle parole che mi sta pronunciando; ho un
profondo senso di rispetto verso di lui, perché ha molti vincoli e
responsabilità a cui non si sottrae, per primo la famiglia, sa che spostarsi,
emigrare ancora una volta, è una decisione che ricade anche sui suoi figli, tra
l’altro mi racconta che questi sono i discorsi ormai costanti di tante altre
famiglie nel quartiere: _“mio figlio è straniero qui, ma lo sarà ancora di più
nel mio paese se torno”, e lo sarà comunque anche in altri, penso tra me. La sua
è una grande dignità ed onestà con se stesso, nessuno se ne accorge, perché sono
di quelle storie anonime che non dicono nulla a chi è affamato e divoratore
vorace di racconti conditi di eccezionalità e pressapochismo. Mentre continua a
parlare, si interrompe perché si avvicina un’altra persona e mi fa capire che
dovremo rimandare in un altro momento la nostra chiacchierata, è una
condivisione che non va messa in piazza, con lo sguardo ci capiamo benissimo e
questo suo gesto rende me ancora più responsabile di quanto ho ascoltato e
accolto.
Sotto l’ingresso del mio palazzo incrocio una donna che
conosco, lei è italiana, mi avvicino, lei è sempre solare con me, così decido di
farmi presente per primo, tempo fa avevo percepito che qualcosa era cambiato
nella sua vita, mi sembrava di comprendere che avesse vissuto una crisi di
quelle che trasformano l’esistenza e i progetti di vita, in breve tempo; così un po’
per curiosità un po’ per desiderio di farmi più vicino, cerco le parole più
adatte per chiedere. Ci si ascolta, ci si riconosce, si cerca di comprendere la
fatica vissuta, noto che ha il desiderio di parlare, raccontare senza essere
interrotta, ma lo fa non con affanno, ma con una certa fluidità. Nonostante
tutto, le risorse che ha messo in campo sono tante e non è crollata, ha
mantenuto una sua dignità, ha saputo dare una svolta a partire da un’esperienza
non positiva. Ascolto e accolgo.
Sono questi i luoghi della presenza di Dio, gli incontri
concreti in cui nulla si fa, se non riconoscere la vita in tutte le sue
sfaccettature; accogliere e lasciarci
scomodare da quest’ascolto di Dio, che passa nella vita degli uomini e le donne
del mio quartiere.
domenica 14 settembre 2014
Il buon giorno si vede dal mattino
Alzarsi al mattino e vedere la splendida giornata di sole
che irrompe in casa, è decisamente piacevole, i palazzi che mi circondano
sembrano assumere un aspetto differente, allungo lo sguardo su tutto il quartiere e
sembra quasi un centro vacanze, è tutt’altro, è piuttosto un proliferare di
persone, di sguardi e situazioni molto differenti che ogni tentativo di
descrizione più risultare troppo sintetica e generale. La mia vicina di casa
“batte le mani”, è il chiaro segno che sta preparando il pane pakistano, una
specie di piadina che viene preparata e cotta al momento, va mangiata calda, al
suono poi, si assommano i profumi più
diversi, predominante il “fritto”, non ho scampo e vengo sovrastato, battuto su
tutti i fronti, se contrappongo alla sua tradizione culinaria, la mia cucina
dietetica fatta di verdure lessate a vapore, miglio e grano saraceno, che
dovrebbero avere un effetto benefico sulle mie intolleranze, ma non lasciano
traccia nel vicinato. Suo figlio tredicenne non mi lascia mai orfano di un
saluto e di un sorriso divertito, e battendo le mani mi indica che è pronto il
pane e mi chiede se ne gradisco un po’…ma si! Vada a quel paese l’intolleranza
alimentare, anche le verdurine lesse reclamano un supporto di sapore e
d’incontro. Piccole sfumature che comunque mi indicano che la mia giornata è
iniziata bene, in effetti ci sono mattinate in cui mi sveglio con un senso di
profonda gratitudine, mi sento davvero fortunato, perché vivo ciò che ho sempre
desiderato, anche le sfumature più chiaro scure e le fatiche ad essere
correlate, hanno un senso e un sapore differente, quando appartengono ad un
progetto di vita che senti profondamente radicato nella tua storia personale.
| dal mio balcone |
In queste ultime settimane sono stato contattato da diverse persone che in un
modo o in un altro hanno il desiderio di non restare impantanate nel proprio
nido, nella propria autosufficienza, ma sentono quasi un bisogno rinnovato di partecipazione e azione comune,
quello che mi fa piacere è constatare che si incomincia a scorgere la necessità
di un lavoro comune, una partecipazione che prende vigore e significato, dalla
responsabilità condivisa; certamente sono piccoli segni, ancora troppo deboli e
isolati, ma chissà se non incominciamo a superare quell’individualismo che
troppo ha invaso il nostro quotidiano, e recuperiamo la forza del “senso
comunitario”; è il germe di novità che chiede ancora di irrompere in questo
tratto di storia così travagliato, è il senso profondo di quella passione di
Gesù di Nazareth, che instancabilmente diceva: “ il Regno è vicino, è già tra
voi”, e il Regno che annunciava era caratterizzato non da un potere, se non
quello della fraternità. Come piccolo fratello scelgo di fare “un passo
indietro”, per fare passi in avanti con gli altri, scelgo di essere del posto,
radicandomi nella quotidianità fino ad essere il più possibile “mescolato”, perché
da questa prospettiva apprendo la
saggezza di vita da chi mi vive accanto, a partire da quelli che sembrano
“invisibili” nel tessuto sociale, scelgo di mettermi in “cammino con” e non di
“fare per”, consapevole che il tratto di strada da percorrere è molto lungo e
chiede il coraggio di disperdersi, come il “lievito nella pasta”.
| la cappellina |
Se tutto
questo è appassionante per me, e lo è, non posso che “impastarmi di relazioni
semplici, immediate, quotidiane e di tempi di silenzio, di cuore a cuore con
Dio, che sempre più sento non esterno né
a me, né alla realtà che vivo, ma lo scopro esistente nel profondo della mio
essere, tranquillamente “a suo agio” anche tra ombre e tempeste, che spesso
accompagnano il mio percorso. L’unica fatica che vivo è il portare avanti
questa passione da solo, per questo scrivo, racconto, cerco di saper curare
alcune amicizie molto profonde: per entrare nel cuore di Dio e di un percorso
di umanizzazione, occorre accogliere un senso di appartenenza reciproca, questo
per me è il Vangelo e in questa maniere sento di ritrovarmi e condividere
quella stessa passione che ha animato Charles de Foucauld, quando di sé diceva: “voglio gridare il Vangelo con la mia vita”.
sabato 13 settembre 2014
Spazi di fraternità
Prontissimi per proporre anche quest'anno, "Spazi di Fraternità", un luogo d'incontro e confronto, per aprire il nostro quotidiano a nuove prospettive, accogliendo la spiritualità di Nazarath che Charles de Foucauld ha sperimentato e incarnato nella sua storia personale. Segnate nella vostra agenda le date e le parole che verranno coniugate insieme, attraverso l'apporto e gli stimoli che alcuni amici come Luigi Alici, Stefano e Cinzia Ricci, Massimiliano Colombi e altri metteranno a disposizione di chi sarà presente. Quest'anno per chi lo desidera, ci sarà la possibilità di vivere un tempo anche di silenzio e contemplazione, per questo motivo prima di iniziare l'attività alle ore 16.00 delle domeniche programmate, verrà allestito uno spazio di preghiera silenziosa nella chiesa di San Marco alle Paludi di Fermo.
La giornata dedicata al ricordo di Charles de Foucauld quest'anno è programmata per domenica 30 novembre.
Prendete nota sulle vostre agende e.... prendete impegni con noi.
La giornata dedicata al ricordo di Charles de Foucauld quest'anno è programmata per domenica 30 novembre.
Prendete nota sulle vostre agende e.... prendete impegni con noi.
lunedì 1 settembre 2014
Dove abiti in genere?
Ascoltare, ascoltare e lasciarsi penetrare in profondità
dalle parole e dalla storia di qualcuno che non conoscevo assolutamente e che è
lontano anche nel tempo, questo ho sperimentato in questi ultimi giorni
trascorsi all’eremo di Montegiove accompagnato dal diario di Etty Hillesum,
donna straordinaria e straordinariamente immersa nella sua storia e nella
storia del suo tempo, morta ad Auschwitz nel 1942. Appena a casa mi sento
subito accolto dalle lingue che si intrecciano e dai vicini che subito mi bussano:
“ben tornato, tutto bene?” Ma fuori l’arabo della famiglia algerina si
intreccia alla voce potente della nigeriana, che parla al telefono con livelli
di decibel tali da sopperire la carenza di campo telefonico, sono certo che se
il suo telefonino non avesse quelle indispensabili “tacche”, la sua voce comunque
può arrivare nitida al suo interlocutore senza l’utilizzo della tecnologia; poi
l’urdu, parlato dal balcone alla strada per dirsi come è andata la giornata,
certamente non propizia per la vendita in spiaggia, visto l’improvviso
acquazzone che ha lavato via l’ultima domenica di agosto. Ma anch’io scendo in
strada ed è lì che mi sento chiamare da alcuni bambini, dal tono della voce e dall’atteggiamento,
comprendo che devo fermarmi: “ sai, non vengo più a scuola quest’anno,
fra qualche giorno vado in Inghilterra con la mia famiglia”. Certo l’immediatezza
della notizia e il sorriso del bambino sembrano sottolineare l’avventura di un
cambiamento, accolto quasi come gioco, ma so che in genere non è così, i
bambini tengono spesso per se ciò che non sanno decifrare come sentimento. “Tu
come ti senti”- gli domando, posso permettermi questa irruzione, mi conosce da
tempo, -“Ho paura, devo lasciare tutti e lì non conosco nessuno”.
Non può
scegliere, come sicuramente non possono scegliere i suoi genitori, che hanno
preso questa decisione per rincorrere ancora un futuro migliore, che stenta
beffardamente ad arrivare. "Sai già come si fa, puoi riuscire ancora”,
l’unica cosa che sono riuscito a dire, del resto ha le sue risorse, perché
dovrebbe perderle proprio ora, ma quel suo “ho paura”, mi risuona dentro in
maniera autentica e forte, sento di doverlo custodire come qualcosa di molto
prezioso e sottilmente doloroso. Non è il primo bambino costretto all’ennesimo
sradicamento dal quartiere e forse non sarà l’ultimo, come lui tanti adulti, uomini,
donne, vecchi, ormai sembra la costante di questa epoca: sradicati per
violenza, per fame, per speranza, per guerre, nessuna di queste sono
motivazioni che partono dal cuore, sono imposizioni. Loro, i bambini, non hanno
possibilità né di fare capricci, né di decidere, e quando si oppongono portano
motivazioni per nulla banali: “ a scuola vado bene ora, sono ben inserita, come
posso farcela in un altro paese dove non conosco la lingua”, questo ha detto
una ragazza alla propria madre, la quale mi diceva: “ come
possiamo partire ora?”. Rientro in casa, due minuti ed ecco il suono del
campanello, l’indiano che abita nell’appartamento sopra al mio con un italiano stentato,
mi chiede come deve fare per iscrivere i suoi figli a scuola, sono arrivati da
qualche mese, ma non ha mai provveduto alla loro iscrizione, provo a fornire
qualche informazione e indico l’indirizzo della direzione didattica, la sua
faccia però è eloquente nel mostrare disorientamento, e mi dice:” allora, io
esco dalla via, qui casa…”. Ok, risolviamo il problema, mercoledì prossimo
andiamo insieme in direzione, guido io. Lo so sono banalità, sono punti di
vista, sono quotidianità come molte altre, e ben venga che sia così, del resto
le situazioni straordinarie sono rischiose, troppo lontane dal reale e spesso
troppo roboanti per saper contenere la saggezza e la profondità di incontri
immediati e semplici. Dio abita d’abitudine qui. Incomincio lentamente a sentirmi
un “NOI” in questo luogo, a sentirmi del posto e non l’ultimo arrivato, ma da
dove mi viene questa sensazione? Non so decifrarla, penso che dipenda da come
lentamente, molto lentamente, le persone mi stanno prendendo per mano e mi
stanno invitando, a modo loro, e forse anche inconsapevolmente, ad entrare in
questo spazio umano. Vado in crisi, molto spesso perdo il buon umore, mi sento
perso e disperso in questa mia scelta da costruire giorno dopo giorno, dove i
riferimenti li devo segnare in autonomia, ben venga comunque questa precarietà,
è un opportunità anche questa, ma quando sento la dimensione del “NOI”, c’è
poco da dubitare: Dio abita d’abitudine nel NOI.
martedì 29 luglio 2014
io plurale
Rientro a casa e sul cancello d’ingresso incontro A. con le
sue amiche, come d’ abitudine ha un bel fermaglio sui capelli molto vistoso,
fatto di fiocchi e piume, non necessariamente abbinato al resto dell’abbigliamento,
non importa tanto i suoi occhi accesi e
il sorriso sempre pronto per salutarmi,
sono lo specchio della sua serenità e questo è sempre un bel dono che si riceve.
Tutto il gruppetto di bambini che è insieme a lei è ben vestito, come si
conviene nei giorni di festa, del resto anche l’abito più essere un modo per
manifestare che quello è davvero un giorno speciale. Mi viene spontaneo fare
gli auguri, è molto evidente il loro stato di allegria e la libertà di giocare,
noto che la più grande del gruppo ha una
certa soddisfazione per questa mia attenzione: è la festa che celebra la chiusura del mese
sacro del Ramadan, per le loro famiglie è una delle feste più importanti. Anche
la mia vicina di casa è contenta degli auguri, anche se è sempre molto timorosa
e prima di aprire bene la porta di casa, accuratamente recupera il suo velo
colorato e lo pone con un gesto immediato sul suo capo, mi ringrazia
ripetutamente nella sua lingua, ho portato delle caramelle per S. suo figlio più piccolo, ma si sa i gusti
sono uno degli elementi più difficili da decodificare e soprattutto sono uno
degli elementi che più caratterizzano l’appartenenza culturale, le mie
liquirizie con ripieno dentro risultano troppo dolci, così al primo assaggio
prudente, mi guarda come per dirmi: _ ma che schifezza è? Beh ci ho provato.
Nel quartiere, non ci sono segni particolari che dicono che
questa è una giornata di festa per quelli di religione Musulmana, del resto è un lunedì, un giorno lavorativo
per la maggior parte di quelli che vivono qui, le tradizioni sono le più
diverse e spesso tutto viene celebrato negli ambiti ristretti delle
appartenenze etniche e questo si mi sembra ben definito e separato. C’è una
profonda esigenza, una priorità per il nostro tempo, afferma Franco Cambi, ed è
quella di creare “lo spazio dell’incontro”, “
è per noi oggi un compito e un compito urgente e prioritario” ( F. Cambi; “Incontro e dialogo; prospettive della
pedagogia interculturale”; Ed Carocci); l’errore è quello di far convivere
in maniera parallela e indipendente le culture, mentre questo mescolarsi
continuo di storie, vissuti, sensibilità, spiritualità differenti ci obbligano
a modificare il nostro vissuto, il nostro sentire, i nostri riferimenti
culturali. Non è un passaggio semplice, riguarda tutti indistintamente, e non
consiste certamente in una perdita d’identità, in un appiattimento dei valori e
dei riferimenti culturali, né in una sciocca omologazione. E’ una sfida,
sicuramente, un disorientamento, un accogliere e integrare. Credo e ne sono
sempre più certo, che si tratta di un vero e proprio viaggio migratorio nella
nostra realtà personale, richiede “un
superamento dell’assolutezza/esclusività/difesa delle proprie culture
d’appartenenza, per entrare in contatto con le altre culture” (Ibidem F.
Cambi). L’umanità, che è una parola al singolare, va letta e percepita al
plurale.
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