Presto verrà comunicato il calendario degli incontri di "Spazi di Fraternità", che anche quest'anno vuole essere un'occasione per conoscere, approfondire e vivere la spiritualità di Nazareth.
sabato 26 luglio 2014
giovedì 17 luglio 2014
il piccolo fratello come precario migrante
"Si è migranti in quanto l'oltre è già in noi come possibile, in quanto la differenza entra in noi come risorsa, in quanto lo stare all'aperto è la radiografia del nostro stato d'animo e della nostra mente" Franco Cambi
Questo passaggio nel libro "Incontro e dialogo" sui temi della pedagogia interculturale, rende una chiave di lettura della spiritualità di Nazareth a mio parere davvero interessante. Charles de Foucauld per primo si è posto nell'ottica della migrazione, dalla sua cultura a quella dell'altro, dalla sua religione a quella dell'altro, dalla storia del suo popolo di appartenenza a quella dell'altro popolo, senza mai perdere nulla di sé e della propria identità, al contrario si è arricchito, ha approfondito ed ha assunto una dimensione plurale della sua esistenza e della sua vita. Credo che ancora oggi resta una grande provocazione il suo percorso spirituale ed umano, incompiuto e disseminato di domande e anche qualche contraddizione, ma vissuto appassionatamente, che non cerca proseliti o imitatori, ma qualcuno disposto a raccogliere il testimone per continuarne la coniugazione in altre sfumature possibili.
martedì 8 luglio 2014
Camminare sulle acque delle contraddizioni
Giornata splendida, carica di sole estivo, il mio vicino che
si affaccia per salutarmi e chiedere dove sono stato in questi giorni, si
preoccupava perché non mi vedeva, poi le piccole cose del quotidiano come,
provvedere alla spesa per evitare che il frigo vuoto all’inverosimile, mi
rimandasse un senso di solitudine e disperazione che in questo momento proprio
non corrisponde alla mia vita, la lavatrice da mettere in moto e altro, ma sul
più bello, mentre mi appresto a uno dei
rituali più importanti della mattinata, ossia la preparazione e la posa sul
fornello della moka del caffè…una triste scoperta: la bombola del gas è
terminata! Silenzio…pensieri che svaniscono…vuoto interiore…tristezza che mi
assale e un’unica frase: “e adessooooooo”.
A parte questo che tutto sommato rende piacevole la mia
giornata, c’è un'altra riflessione o altri pensieri che mi mettono in
movimento, e spingono le mie scelte a prendere una direzione piuttosto che un'altra.
Alla radio ascolto un programma davvero interessante “Baobab” radio1,
intervistano una responsabile del centro Astali, organizzazione dei Gesuiti per
i richiedenti asilo, e scopro o meglio ascolto qualcosa che in genere non viene
resa pubblica, né approfondita, si tratta degli scafisti, di quegli uomini che
traghettano sul Mediterraneo migliaia di uomini, donne e bambini, in viaggi
infernali e carichi di morte. Io mi sono sempre immaginato uomini senza
scrupolo e senza un minimo di coscienza, accecati dai soldi e spietati; ma nella
realtà le situazioni sono sempre molto più complesse e sfumate: scopro dall’intervista
che molto spesso gli scafisti sono ragazzi poco più che adolescenti, reclutati
dai villaggi poveri di pescatori di paesi del Nord Africa, pagati spesso con un
viaggio gratis, anche loro per raggiungere una metà immaginata come la salvezza
assoluta. Ragazzini che dal senso di onnipotenza e forza, passano alla realtà
del carcere minorile, alla condanna per
traffico di uomini e sfruttamento fino all’accusa per strage. I veri carnefici
non sono mai in prima lenea, non rischiano la propria vita e la propria libertà
e visto che non hanno scrupolo, vivono questa dimensione fino in fondo, la vita
di un minore non ha valore, di fronte alla propria avidità mortifera. Mi scopro
miope, mi sento ingannato anche dalla mia poca capacità di saper leggere la
realtà, ingenuo nel dirmi che quello che vedo e sento dai racconti
giornalistici è tutta la verità; no! La violenza e la prepotenza umana non ha
limiti, i criminali sfruttano i sogni di ogni piccolo di questo mondo pur di ricavarne
il maggior numero possibile di guadagno, cercano di non pagare nemmeno gli
scafisti. E di vittime, che a loro volta rendono vittime anche altri, purtroppo
ne è pieno il nostro quotidiano, non è nemmeno necessario andare troppo
lontano.
Di fronte a questo dato di fatto che finalmente un reportage
giornalistico mette in luce, io personalmente provo rabbia, non rassegnazione,
credo che anche la nostra disinformazione è un modo per rafforzare questa trama
di potere, anche il nostro non saper guardare oltre il nostro naso è
complicità, perché rafforza una visione della realtà che è distorta, falsa e
forviante e permette a chi trama il male di restare ancora nascosti. Mettere in
luce la realtà, la complessità, far emergere la verità delle situazioni è un
vero atto civile e di trasformazione, mi obbliga a prendere posizione, mi
impedisci di correre il rischio di condannare sempre qualcuno che è comunque
vittima, permettendo al prepotente di scappare dalla porta secondaria e farla
franca. “Non possiamo essere cani muti”
diceva Charles de Foucauld di fronte a quello che vedeva rispetto alla
schiavitù nel deserto, che la sua Francia tanto tollerava, gli interessi hanno
sempre la meglio su tutti. Anche nel mio quotidiano scopro ingiustizie e spesso
mi sento impotente, ma il Vangelo che cerco di leggere e ascoltare tutti i giorni,
il silenzio che ha un posto essenziale nella mia giornata, non sono solo una
ricerca di pace interiore, al contrario il silenzio e l’ascolto della Parola in
questo quotidiano diventano la forza per non aver paura di questa storia e di
questa società, Gesù nell’esperienza dei 30 anni a Nazareth si è profondamente
mescolato a tutto questo, e quindi si è impastato, sporcato, compromesso con
tutte le contraddizioni, ma non per sostituirsi a noi, ma per essere se stesso, per essere quel “Dio con noi”
e indicarci la strada dell’umanizzazione. Spesso noi chiediamo a Dia di sostituirci
nella soluzione dei conflitti e delle violenze, mentre Lui per primo ha scelto
di scendere fino in fondo nelle pieghe nascoste della nostra umanità. Con il
Suo silenzio abita la storia di ogni uomo in profondità, mentre noi con le
nostre preghiere gli chiediamo di andare là dove noi non siamo capaci di stare.
Nazareth allora è scegliere di raggiungerlo, senza troppa paura, là dove Egli
abita da sempre: nelle contraddizioni e nelle fatiche degli uomini.
martedì 24 giugno 2014
Lo spavento che ci fa incontrare
La mia vicina di casa credo che al termine dell’estate
soffrirà di ipertensione, ogni volta che si affaccia al balcone e si accorge
che anch’io sono placidamente appoggiato alla ringhiera, si spaventa, accenna
ad un sorriso, prova a formulare qualche improbabile saluto poi indietreggia,
ma inevitabilmente ogni volta fa un salto di spavento. Sono stati inutili i
tentativi di mediazione e spiegazione con il marito che fortunatamente parla in
Italiano, lei è molto timida e ha le sue tradizioni e poi trovarsi difronte ad
un uomo che le parla in un'altra lingua, inevitabilmente è fonte di ansia,
credo comunque che altrettanto goffa è ogni mia reazione e maldestro tentativo
di rassicurarla, attraverso un linguaggio decisamente maccheronico e coniugato
all’infinito, come ogni italiano che si rispetti utilizza automaticamente di
fronte ad uno straniero, nonostante tutto, ci sono dei meccanismi automatici e
culturalmente determinati che si attivano senza volerlo. Ma al di là di questi
episodi resta il fatto che il quotidiano cambia automaticamente per me ogni
volta che cambiano i vicini di casa, e restando fermo nei miei 26 metri
quadrati di appartamento, posso comunque viaggiare in mondi e realtà lontane
migliaia di chilometri. Noi tutti siamo provocazione gli uni per gli altri, il
nostro spostarci crea inevitabilmente una sorta di “ristrutturazione” nel
quotidiano di altri, del loro modo di concepire la realtà, del valore e delle
regole dello stare insieme. La reazione a questo, o meglio le resistenze che
spesso emergono attraverso le rigidità delle appartenenze, o le sottolineature
delle differenze, non fanno altro che confermare che in fondo “l’altro ci
interroga, ci scomoda”. Questo per me è
il Nazareth oggi, quel luogo dove è necessario che si coniughi e si sperimenti
una nuova grammatica delle relazioni, dello stare insieme, del condividere nuove regole
e stili culturali della convivenza; certo quello anche qui noto maggiormente è la
separazione tra le appartenenze, non manca certamente la conoscenza reciproca,
il chiamarsi per nome, soprattutto tra quelli che sono qui da più anni, ma resiste allo stesso tempo la separazione, il non volersi mescolare per paura di trovarsi in situazioni pericolose, e poi in fin dei conti quando si resta tra “uguali”, si fa presto a comprendersi,
a sentirsi meno nostalgici del paese d’origine, credo in modo particolare per le donne.
Occorre affinare lo sguardo, occorre frequentare il silenzio
che non è mai assenza di parole, ma lo spazio riservato alle “parole degli
altri”, perché spesso il non detto utilizza altri linguaggi per esprimersi, la
sofferenza preferisce ritagliarsi degli spazi nascosti e lontani dagli sguardi
indiscreti, per non sentire ancora più dolore; allora occorre il tempo e la
pazienza di chi non ha intenzioni di stravolgere il mondo, ma ha solo il desiderio
e la passione di abitarlo, per poter affiancare discretamente e rispettosamente
queste realtà, e la vicinanza, la presenza, lo sguardo libero e attento, genera
legami e cambiamento, ma tutto questo non fa rumore, anzi non deve farlo.
Oggi parliamo spesso di periferie, di andare verso le
periferie, ma quello che mi auguro è che non si vada con lo spirito della
conquista, con la pretesa di portare benessere e novità, dello stravolgere senza aver chiesto
“permesso”; io credo e lo sento sempre più forte e in maniera radicale, che il
passo da fare è quello di andare ad abitare nelle periferie per lasciarsi
scomodare, andare sopratutto in silenzio, accogliendo davanti a sé un lungo tempo
anche di “inattività”, perché sia la realtà umana e sociale stessa a provocarci
o suscitarci “l’azione”, che non sarà mai solitaria ed eroica, ma comunitaria.
Questo per me è lo spirito di Nazareth, la strada incompiuta iniziata da
Charles de Foucauld e consegnata nelle nostre mani, sperimentata e suggerita anche dalle piccole relazioni quotidiane con i miei vicini.
“Sono contento che ci
sei tu qui”_ mi ha detto il vicino di casa dopo che ci siamo fermati più volte a parlare
sul balcone, è una fiducia che nasce lentamente, fatta di piccoli passi e
qualche domanda non troppo indiscreta, così lentamente anche se la moglie
continua ad impaurirsi ogni volta che mi vede, gli ho potuto far vedere come
funziona la lavatrice, in quali orari è più conveniente accenderla, e che il
figlio tredicenne più venire a casa ad imparare un po’ d’italiano; tutto questo non fa rumore, come il quotidiano banale e ripetitivo, ma a me sta aprendo lo sguardo, il cuore e modellando giorno dopo giorno il mio progetto di vita.
lunedì 23 giugno 2014
3 giorni a Narareth
Per il fine settimana che va dal 4 al 6 luglio, proponiamo una tre gironi di Nazareth per vivere insieme un tempo più lungo di condivisione e confronto. Saranno i piccoli fratelli di Spello a metterci a disposizione uno dei loro eremi, spazi semplici e in autogestione. Avremo la possibilità ancora una volta di confrontarci sulla spiritualità di Nazareth attraverso momenti di condivisione, di silenzio, di gestione del quotidiano e momenti anche di riposo.
I posti sono decisamente pochi pertanto è necessario contattarmi subito anche per meglio organizzare le giornate, fatelo attraverso l'email amedeo.angelozzi@tiscali.it oppure 339/5697137
I posti sono decisamente pochi pertanto è necessario contattarmi subito anche per meglio organizzare le giornate, fatelo attraverso l'email amedeo.angelozzi@tiscali.it oppure 339/5697137
lunedì 9 giugno 2014
Sulla porta di casa
Rientrare a casa dopo una lunga giornata passata fuori e trovare
la curiosità dei nuovi vicini ad attenderti sull’uscio di casa…non ha prezzo.
Da due giorni il mini appartamento accanto al mio, non diversamente mini, ha
visto l’arrivo di una famiglia pachistana; è interessante vedere come nel giro
di pochissime ore tutto si anima e un alloggio vuoto, di colpo diventa dimora e
spazio vitale per la quotidianità di un gruppo famigliare; poche cose, qualche
bagaglio per gli indumenti, trasportati in pochissimi viaggi con l’auto di un
amico che non disdegna un favore così naturale, come quello del trasloco. Nel
giro di tre ore eccomi di nuovo in compagnia, direi anche in “coabitazione” con
un'altra cultura, un'altra lingua, una famiglia; siamo talmente vicini che in
alcuni momenti sembra che sono in casa da me, del resto il “mini” balcone, in
perfetta proporzione con tutto l’alloggio, è diviso semplicemente da un
pannello che delimita simbolicamente un confine, ma non contempla altre
funzioni come l’isolamento acustico o la delimitazione del campo visivo. Tutto
questo non mi disturba, sapevo benissimo che queste sarebbero state le
condizioni di vita, è chiaro che occorre un forte adattamento e una
flessibilità non indifferente per saper vivere in certi contesti. Lo spazio
determina anche le relazioni e viceversa, lo stile relazionale, la modalità con
cui si abitano gli spazi di vita quotidiana, hanno un’ influenza sulla gestione
e la forma degli spazi. In questo contesto inoltre le differenti modalità di
vita, determinate dalle molteplici appartenenze culturali, segnano a volte una
netta distinzione tra le abitudini, rendendo molto visibile le differenze, e
contemporaneamente si è spinti dal quotidiano e dalle contingenze che esso
propone, a saper interagire con chiunque.
Questa nuova famiglia di vicini, mi aveva già incrociato
precedentemente e avevo tentato un minimo di comunicazione, vista la difficoltà
e l’ostacolo della lingua, ora ci siamo trovati gli uni affianco all’altro: la
loro curiosità è palese e manifestata esplicitamente attraverso gli sguardi, i
sorrisi e come ieri sera, anche attraverso l’uscire dal loro appartamento per
guardarmi rientrare in casa. Chissà cosa penseranno, quale idea si saranno
fatti di me, del mio vivere solo, del mio andirivieni ogni volta con libri,
zaino, valigie; apparteniamo a mondi diametralmente diversi e al momento
abbiamo semplicemente il sorriso e qualche parola in italiano, per veicolare la
buona educazione.
Per queste persone
come per altri, questo è un “luogo significativo”, nel senso che al momento, è
l’unico luogo che hanno per portare avanti il loro progetto di vita, di
famiglia, non è il massimo vivere in uno spazio ristretto in quattro, come del
resto mi raccontavano alcune mamme indiane e pachistane sempre del quartiere,
ma è ciò che possono ottenere in questa esperienza d’ emigrazione; per loro ha
un senso, un valore a volte non scelto, imposto dalle contingenze della vita e
dalle scarse risorse, altre volte rappresentano la piccola conquista di un
progetto migratorio. E’ in questo luogo significativo per loro, che ho scelto
di vivere, e vivere alla pari, facendomi vicino di casa, con una presenza
discreta e attenta. Si tratta prima di tutto di “essere presenti” e non farsi mai travolgere dall’attivismo, lasciandosi contaminare dagli altri e con gli
altri mettersi in cammino. Spesso noto che non è semplice comprendere questo
tratto della spiritualità di Nazareth, che a prima vista sembra inutile e
inefficace, per certi aspetti anche disimpegnata, ma in realtà quello che si
vuol mettere in discussione è “l’attivismo”, che a mio avviso ha la stessa
radice del “disimpegno” e dell’individualismo: ossia il protagonismo assoluto
di un “io”, che diventa l’idolo da soddisfare con ogni mezzo e scelta. In
questa esperienza mi accorgo giorno dopo giorno, come lo stare semplicemente in
mezzo a questa realtà mi provoca continuamente, non mi mette il “cuore in pace”,
mi suscita domande, mi mette in crisi, mi trasforma lo sguardo e la prospettiva
di vita, stravolge la mia fede e quindi il mio relazionarmi con Lui, rende la
mia preghiera corposa e con i piedi per terra…e tutto questo è occasione di
crescita e di vita di cui oggi non posso fare a meno. Se lo stare con gli altri
chiede alla mia quotidianità continui cambiamenti e aggiustamenti, la stessa
cosa vale per le altre persone, vicini inclusi, è nella natura del nostro
essere uomini e donne in relazione, e in questa dimensione faccio esperienza di
Dio. Consapevolizzo sempre di più che la mia scelta si caratterizza come “monaco
di città”, come ricerca della propria unità interiore attraverso la piena
immersione nel quotidiano della gente, nelle periferie; andare in queste periferie
non per portare, non per conquistare, ma per abitare, è sicuramente un viaggio
verso la propria “periferia”.
venerdì 6 giugno 2014
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