Qua e là in alcuni libri che spesso utilizzo, ho disseminato dei petali di rosa secchi, l’ho fatto volutamente, ed ho scelto accuratamente anche in quali pagine depositarli; nascosti e quasi anonimi, si presentano, ogni volta che quelle pagine vengono sfogliate e lette, con la loro fragilità e la leggerezza che ormai hanno raggiunto, assomigliano ad un pezzettino di carta velina. I petali non sono assolutamente rigidi, è vero sono secchi, per certi aspetti hanno perso la vivacità del colore originale, ma a ben guardare hanno semplicemente interiorizzato il tempo, la luce che li ha fatti fiorire e lasciato andare tutto il profumo che potevano regalare; sono leggeri, perché non hanno trattenuto la potenza dei primi giorni, non splende più il loro colore acceso perché in loro non resta l’apparenza abbagliante e ammaliante, ma la storia che hanno vissuto, l’attimo in cui si sono lasciati fiorire e accarezzare dalla luce. Sono incerto se vale la pena ricordare la bellezza del loro tempo fresco, o ammirare oggi la trasparenza che hanno raggiunto. Appena colte potevano lasciare una macchia sulla carta, ora sanno accarezzare le parole che altri hanno inciso sui fogli, non macchiano ma si fanno vicini.
Quei
petali sono legati al tempo di silenzio e solitudine del mese di eremo che ha
segnato un passaggio importante, un tempo così intenso e prolungato di solitudine
non ero mai riuscito a viverlo anche se desiderato per tanti anni; non un punto
di approdo, né un tempo di ritiro, ancor meno una fuga o la ricerca di intimità
misticheggiante. Piuttosto un grembo per ascoltare, uno spazio svuotato per guardare
e lasciarsi guardare, togliere e restare. Si deve entrare in punta di piedi nei
giorni di eremo, si impara a rallentare il tempo frenetico che è dentro, le
parole e i pensieri che si affollano, e congedare l’idea di ottenere qualcosa
anche fosse una sola piccola consolazione. Ci si deve prendere cura dell’attesa,
dare spazio alle fragilità, ridere delle proprie pretese, ridimensionare l’ingombrante
immagine che ci siamo fatti di noi stessi. In eremo non si sta soli, ma nella
solitudine si impara lentamente a stare con il Solo, in eremo ci si nutre della
relazione, per questo non si improvvisa, non si vive alla giornata, non si
sceglie di fare questo o quello così come viene, anche il semplice “stare” ed “attendere”
ha il suo dolce sapore, la cura delle cose semplice e dei dettagli che pochi,
davvero pochi, rendono possibile l’impossibile: incontrarsi. Il tempo che con
delicatezza e maestria artigianale sembra cambiare ritmo, conduce la tua anima
nella dimensione interiore dove puoi non aver paura se ti scopri, dove non
senti dolore se scavi e dove se ti lasci andare non provi timore se vai in mare
aperto.
Mi è rimasto dentro il sapore di quei giorni, senza il colore aspro della nostalgia, o la fatica di un rimpianto, senza trattenere lo sguardo in dietro né incastrami nel volere a tutti i costi ripetere e rivivere le stesse esperienze. Mi è rimasto dentro come luogo sacro, spazio incontaminato, riposo dopo una battaglia, delicato come un bacio, e profondo come un abbraccio che non trattiene, come l’abbraccio dell’Amico, sulla soglia di casa che incoraggia la tua partenza e ti instilla fedeltà come viatico, come acqua fresca e fuoco che non consuma.
La mia anima come la mia mente e ancora di più il cuore, chiede a quei giorni di consegnarmi qualche piccola memoria per leggere questo oggi, questo tempo, per non disperdere la fatica e le domande scomode intrecciate di dubbi, e spingere i desideri a non trasformarsi in piccoli bisogni, coltivando la necessità di essere consapevoli e non scartare il pensiero critico. Mi rendo conto che quei giorni hanno ancora un forte impatto su di me, hanno lasciato un segno delicato e deciso, sono stati il passaggio e la svolta, non uno “straordinario” ma l’ordinario compimento di un lungo cammino. Un’indecifrata inquietudine si è così depositata nell’incavo dei giorni successivi, che ancora oggi mi porto nel sottofondo del giorno dopo giorno, non è né tristezza né fatica, non è spiacevolezza o insoddisfazione, è piuttosto desiderio di senso, tenerezza provata e possibile da ritrovare. Ecco perché mi fermo nei giorni più intensi, ecco perché mi attardo nel cuore nelle ore della notte o in quelle fresche del mattino presto, ad attendere lo sguardo dell’Amico che sempre si fa trovare e silenzioso, ma non misterioso, si affianca e si riscalda alla stessa mia fatica di cercare e di vivere. Alle prime ore del giorno o quelle cupe della notte, mi sento come un nomade del deserto, che accendendo un fuoco, bivacca con l’Amico; nel silenzio sconfinato delle dune non sono le parole a raggiungerti ma la Presenza, essa sa trasformare l’aridità e lo sconfinamento in abbraccio e carezza, in desiderio di continuare la marcia, nel deserto è la relazione l’unica bussola che ti orienta.






