venerdì 26 dicembre 2025

indecifrata inquietudine


 Qua e là in alcuni libri che spesso utilizzo, ho disseminato dei petali di rosa secchi, l’ho fatto volutamente, ed ho scelto accuratamente anche in quali pagine depositarli; nascosti e quasi anonimi, si presentano, ogni volta che quelle pagine vengono sfogliate e lette, con la loro fragilità e la leggerezza che ormai hanno raggiunto, assomigliano ad un pezzettino di carta velina. I petali non sono assolutamente rigidi, è vero sono secchi, per certi aspetti hanno perso la vivacità del colore originale, ma a ben guardare hanno semplicemente interiorizzato il tempo, la luce che li ha fatti fiorire e lasciato andare tutto il profumo che potevano regalare; sono leggeri, perché non hanno trattenuto la potenza dei primi giorni, non splende più il loro colore acceso perché in loro non resta l’apparenza abbagliante e ammaliante, ma la storia che hanno vissuto, l’attimo in cui si sono lasciati fiorire e accarezzare dalla luce. Sono incerto se vale la pena ricordare la bellezza del loro tempo fresco, o ammirare oggi la trasparenza che hanno raggiunto. Appena colte potevano lasciare una macchia sulla carta, ora sanno accarezzare le parole che altri hanno inciso sui fogli, non macchiano ma si fanno vicini.

               Quei petali sono legati al tempo di silenzio e solitudine del mese di eremo che ha segnato un passaggio importante, un tempo così intenso e prolungato di solitudine non ero mai riuscito a viverlo anche se desiderato per tanti anni; non un punto di approdo, né un tempo di ritiro, ancor meno una fuga o la ricerca di intimità misticheggiante. Piuttosto un grembo per ascoltare, uno spazio svuotato per guardare e lasciarsi guardare, togliere e restare. Si deve entrare in punta di piedi nei giorni di eremo, si impara a rallentare il tempo frenetico che è dentro, le parole e i pensieri che si affollano, e congedare l’idea di ottenere qualcosa anche fosse una sola piccola consolazione. Ci si deve prendere cura dell’attesa, dare spazio alle fragilità, ridere delle proprie pretese, ridimensionare l’ingombrante immagine che ci siamo fatti di noi stessi. In eremo non si sta soli, ma nella solitudine si impara lentamente a stare con il Solo, in eremo ci si nutre della relazione, per questo non si improvvisa, non si vive alla giornata, non si sceglie di fare questo o quello così come viene, anche il semplice “stare” ed “attendere” ha il suo dolce sapore, la cura delle cose semplice e dei dettagli che pochi, davvero pochi, rendono possibile l’impossibile: incontrarsi. Il tempo che con delicatezza e maestria artigianale sembra cambiare ritmo, conduce la tua anima nella dimensione interiore dove puoi non aver paura se ti scopri, dove non senti dolore se scavi e dove se ti lasci andare non provi timore se vai in mare aperto.

             


  Mi è rimasto dentro il sapore di quei giorni, senza il colore aspro della nostalgia, o la fatica di un rimpianto, senza trattenere lo sguardo in dietro né incastrami nel volere a tutti i costi ripetere e rivivere le stesse esperienze. Mi è rimasto dentro come luogo sacro, spazio incontaminato, riposo dopo una battaglia, delicato come un bacio, e profondo come un abbraccio che non trattiene, come l’abbraccio dell’Amico, sulla soglia di casa che incoraggia la tua partenza e ti instilla fedeltà come viatico, come acqua fresca e fuoco che non consuma.

La mia anima come la mia mente e ancora di più il cuore, chiede a quei giorni di consegnarmi qualche piccola memoria per leggere questo oggi, questo tempo, per non disperdere la fatica e le domande scomode intrecciate di dubbi, e spingere i desideri a non trasformarsi in piccoli bisogni, coltivando la necessità di essere consapevoli e non scartare il pensiero critico. Mi rendo conto che quei giorni hanno ancora un forte impatto su di me, hanno lasciato un segno delicato e deciso, sono stati il passaggio e la svolta, non uno “straordinario” ma l’ordinario compimento di un lungo cammino. Un’indecifrata inquietudine si è così depositata nell’incavo dei giorni successivi, che ancora oggi mi porto nel sottofondo del giorno dopo giorno, non è né tristezza né fatica, non è spiacevolezza o insoddisfazione, è piuttosto desiderio di senso, tenerezza provata e possibile da ritrovare. Ecco perché mi fermo nei giorni più intensi, ecco perché mi attardo nel cuore nelle ore della notte o in quelle fresche del mattino presto, ad attendere lo sguardo dell’Amico che sempre si fa trovare e silenzioso, ma non misterioso, si affianca e si riscalda alla stessa mia fatica di cercare e di vivere. Alle prime ore del giorno o quelle cupe della notte, mi sento come un nomade del deserto, che accendendo un fuoco, bivacca con l’Amico; nel silenzio sconfinato delle dune non sono le parole a raggiungerti ma la Presenza, essa sa trasformare l’aridità e lo sconfinamento in abbraccio e carezza, in desiderio di continuare la marcia, nel deserto è la relazione l’unica bussola che ti orienta.




mercoledì 24 dicembre 2025

Dio in altre parole, Natale 2025

 


   Le parole hanno bisogno di delicatezza per essere pronunciate, si nutrono di tempo sospeso, e di pause accoglienti. Le parole sono generate da storie graffiate, da incontri inattesi e da desideri accolti. Le parole sono ambivalenti, possono far fiorire e seccare nello stesso istante. Hanno un enorme potere, per questo a volte sono asservite allo strapotere. Sono armonie, note, musica che narrano e consegnano, accolgono e riconoscono. Sono come soffi leggeri, sussurrate, per questo rigenerano e trasformano, sanano e raggiungono l’intimità. Le parole conduco fino alla soglia del mistero dell’altro, poi si tacciono e lasciano spazio per non inquinare, manipolare, travisare, determinare o tradire. Le parole sono sigillo che uniscono esistenze, aprono mondi quando questi sono distanti, sono potenti quando esprimo ciò che resta censurato e liberano il grido che rivendica e che chiede giustizia. Le parole in sé non si appartengono, piuttosto si consegnano, rischiando di essere utilizzate anche come frecce appuntite, lingue taglienti, armi sofisticate. Le parole danno forma ad alleanze e dolore ai tradimenti.

Le parole ci rappresentano, ci svelano, ci definiscono, ci liberano, ci nascondono. Sono in azione anche quando tacciono.

“Si, il Verbo divenne carne e pose la sua tenda tra di noi” Gv. 1,14


Dio non l’ho mai sentito o cercato in “un altrove” magari rassicurante ed emozionante, l’ho provato ad incrociare nelle mie parole e in quelle degli altri, qualunque esse siano, parole pronunciate in questo tempo faticoso, contraddittorio, violento e presuntuoso eppure un “tempo opportuno”. In questa massa scomposta la sua Parola si mescola tra le mille altre, non pretende di essere l’unica, la suprema e l’altisonante, non si distingue per capacità di marketing, non è seduttiva per accalappiare, è dolce ma non viscida e mielosa, è decisa ma non umiliante, svela ma non svergogna o giudica. È profondamente dentro l’esistere in cui ci troviamo ad evolvere, lo abita prima ancora che lo riconosciamo, è talmente intimo a noi stessi da non poter essere trattenuto, lo possiamo solo riconoscere nel volto dell’altro.

Dio, in altre parole.

Buon Natale, la festa della Parola Incarnata.