domenica 19 maggio 2013
domenica 12 maggio 2013
Una lingua per giocare e una per litigare
Pomeriggio assolato, splendido, i colori risaltano, i
palazzi non certo frutto di ricerche architettoniche particolarmente ispirate
al bello, sembrano quasi assumere un aspetto più colorato, ma al solito sono i bambini
e le persone che escono come formichine nei giardini pubblici, a rendere
l’ambiente sicuramente più piacevole e vivace. Mentre cerco la motivazione per
studiare o forse sarebbe più esatto dire, mentre mi forzo nello studio in vista
di un prossimo esame, sono colpito dalle voci fragorose dei bambini sotto casa,
stranamente tutti parlano italiano, non resisto è sicuramente un buon motivo
per interrompere lo studio di Leopardi e verificare se quei bambini li conosco.
Nel piccolo cortile antistante, un nutrito gruppo di bambini di famiglie
cinesi, lo hanno invaso o occupato abusivamente scavalcando la recinsione, li
conosco quasi tutti, sono un gruppo misto di maschietti e femmine, improvvisano
e organizzano una partita di pallone, tutti parlano un buon italiano ed il
gioco si svolge con le regole concordate in italiano. Come i ogni gioco sano
che si rispetti arriva anche il momento della contrapposizione e del conflitto,
il più piccolo viene escluso o
manipolato per ottenere una facile vittoria, immancabile è il piano del mal
capitato, ed ecco che cambia la lingua della comunicazione, i sentimenti più
forti, viscerali, le emozioni della rabbia e della tristezza, come anche la
ribellione per un ingiustizia subita, vengono immediatamente espressi nella
propria lingua madre: il cinese.
Quando le emozioni che proviamo sono forti, quando è
l’istinto che prevale sui nostri comportamenti, quando sentiamo che dobbiamo
difenderci, allora i tanti modi per esprimere quello che sentiamo è ben
sintetizzato nell’unico idioma che non
incontra nessuno sforzo nell ‘uscire dalla nostra bocca, è la lingua madre. Le
espressioni linguistiche che con maggior efficacia esprimono la nostra
identità, che sanno dare voce alla nostra intimità, che sembrano nate con noi,
sono le espressione della lingua che ci è stata trasmessa da nostra madre.
Quando ero in Francia e ho avuto dei
colloqui con un psicologo per meglio rielaborare l’esperienza che stavo facendo
in fraternità e superare alcuni momenti di difficoltà che stavo vivendo,
ricordo molto bene come per esprimere gli aspetti più intimi di me,
incominciavo inconsapevolmente a parlare
in dialetto e mi accorgevo del cambio della lingua solo dall’espressione
smarrita dello psicologo, che fino a quel momento mi aveva sentito parlare in
francese.
Osservando ancora dal
mio piccolo balcone, scorgo nel grande prato vicino casa che altri bambini
hanno invaso lo spazio e il pallone li ha aggregati immediatamente, anche in
questo caso li conosco quasi tutti, sono albanesi, nigeriani, ivoriani e
pachistani, li sento ridere e scherzare in italiano, un buon italiano. Osservo
tutto questo e resto in silenzio perché come adulto ho desiderio di nutrirmi di
questa ricchezza,di lasciarmi contagiare da questa realtà, che supera enormemente il nostro mondo di
adulti. Ieri pomeriggio il comune ha organizzato una festa interculturale, al
solito musica e cibo che vengono messi uno al fianco dell’altro, con
l’illusione di operare per l’intercultura, ma in realtà noi adulti non siamo
così capaci e flessibili a lasciare le nostre rigidità e i nostri etnocentrismi
, per questo tutto resta “fianco a
fianco”, ma nulla si compenetra; conosco diverse persone, molte sono del
quartiere, il mio amico pachistano mi ha invitato a partecipare, lui cerca
veramente di mettersi al servizio di tutti, e con un italiano compromesso dall’emozione, dice una frase a mio parere la
più provocatoria di tutta l’iniziativa: i nostri figli sono qui, tutti insieme,
noi dobbiamo aiutarli a vivere insieme sempre; so di questa sua convinzione
perché ne abbiamo parlato spesso, ma poi basta poco per verificare che è
autentico, poco sotto suo figlio è seduto e parla con estrema confidenza con un
suo amico cinese, anche loro parlano correttamente italiano, scherzano in
italiano e appena si accorgono di me mi salutano e dai loro sorriso percepisco
che sono contenti di vedermi li, ci tengono a ricordarmi i laboratori che hanno
fatto con me a scuola, entrambi sono in
Italia da quando erano molto piccoli per questo il loro italiano non ha nemmeno
un inflessione dialettale o accento straniero.
Mentre i grandi sgomitavano per presentare al meglio la loro
cultura ed è comprensibilissimo, i più giovani nella loro spontaneità e
naturalezza mostravano silenziosamente, ma efficacemente che il cambiamento è
già in atto.
lunedì 6 maggio 2013
Contemplare con i piedi o contemplare i piedi?
La notizia che è stato creato un ministero per
l’integrazione, guidato e affidato alla competenza di un ministro donna di
origine congolese, ha scatenato reazioni e commenti di contenuto talmente basso
e privo di livello minimo d’intelligenza e coscienza della realtà, che ci
permette di prendere consapevolezza di quanto l’attuale contesto culturale
italiano sia in questo momento fuori dal quadro internazionale, fermo ad un provincialismo incapace di
cambiamento e privo di strumenti efficaci
per interagire con quella che è la dimensione multiculturale di molte nazioni;
la globalizzazione, la migrazione dei popoli e delle culture, la capacità di
essere interconnessi da una parte all’altra del globo con un semplice clik, ha
dato il via ad un processo di meticciamento inarrestabile, essere fuori da
questo meccanismo, continuare ad arroccarsi dietro alle battaglie di difesa di
un identità culturale, non è altro che il segno di un’ incapacità nell’affrontare
sia i cambiamenti che l’evoluzione naturale della storia . Leggevo e ascoltavo
per radio in questi giorni come è aumentato il numero dei giovani che hanno
ripreso ad emigrare fuori dall’Italia, in cerca di possibilità lavorative e di
vita, anche loro si uniranno alle migliaia di giovani che nel nostro paese sono
arrivati con le stesse speranze e le stesse fatiche, sia gli uni che gli altri,
saranno elementi di cambiamento nei contesti che abiteranno e che abitano. Come
più volte ho scritto e condiviso, il mio contesto di vita attuale è un micro
cosmo interculturale, dove in uno spazio non eccessivamente grande, si
intrecciano culture, lingue, tradizioni, religioni, speranze, cambiamenti,
disagio sociale, malavita e…quotidianità. I bambini della scuola del quartiere,
interagiscono tra loro con naturalezza, sono abituati alle diversità
linguistiche, a casa la lingua dei genitori e a scuola l’italiano, molti di
loro sono nati qui e questa è la realtà che conoscono e dove lentamente
crescono, una realtà molto diversa da quella dei loro genitore, ma anche molto
diversa da quella che abbiamo conosciuto noi nella nostra infanzia. Un giorno
dal mio balcone ho osservato la naturalezza con cui una ragazza cinese
scherzava con l’amica indiana, mentre tornavano a casa dopo la scuola, loro
sanno vivere insieme fin tanto che noi adulti non li travolgiamo con le nostre
paure, i nostri pregiudizi e le nostre rigidità culturali. Qualche anno fa una
mamma africana raccontava alle maestre come nel primo viaggio in africa della
propria figlia, che era nata in Italia, abbia dovuto portare con se la pasta
perché la bambina non riusciva a mangiare sempre il cibo tradizionale e dopo una settimana lì, la bambina ha esclamato: “- ma
qui sono tutti neri?”, mentre noi continuiamo a scandalizzarci e strapparci le
vesti per un ministro italiano d’origine congolese, le nuove generazioni hanno
già fatto il salto in avanti.
Per alcuni aspetti quest’ambiente è una frontiera, una zona
di rottura e fratture, d’incontri faticosi, conflittuali e allo stesso tempo è
lo spazio della novità, del cambiamento, della società che modifica se stessa e
gli individui, delle culture che si mescolano, ma soprattutto è il luogo in cui
le nuove generazioni, con il loro meticciamento, rendono visibile il futuro. E’
qui che il Vangelo mi spinge a mettere radici, è qui che prende forza
l’indicazione che Gesù risorto da ai suoi discepoli, quando dice loro “vi
precederò in Galilea”, la Galilea delle genti. E’ in luoghi e contesti come
questi che sento la necessità di vivere in silenzio nelle relazioni quotidiane,
per essere testimone del cambiamento possibile, per esercitare lo sguardo e
scorgere i segni dei tempi, ossia fatti, persone, incontri che indicano
profeticamente la direzione che porterà benessere e pienezza di vita per tutti.
In questo mese riscopro il senso anche della scelta della vita contemplativa,
che è elemento essenziale della spiritualità di nazareth, contemplativi in
questi contesti sociali significa essenzialmente saper guardare e riconoscere
la vita, vuol dire abitare anche i conflitti e le fatiche e in essi scorgere la
novità che ogni crisi genera. Essere contemplativo nel cuore del quartiere mi
spinge a non semplificare la realtà, a non spiritualizzarla, il cuore a cuore
con Dio diventa esperienza profonda e concreta nel momento in cui i piedi sono
ben piantati per terra e le mani raggiungono liberamente l’altro lì dove è.
Oltre al bello e alle speranze che i bambini e i ragazzi del quartiere mostrano
nella loro spontaneità, vedo anche la violenza, il degrado che alcune persone
vivono, le fatiche delle donne immigrate, anche questi sono luoghi da abitare
nel silenzio.
venerdì 26 aprile 2013
Notte e giorno...tu non ti accorgerai
La primavere porta con se stanchezza e “dolce far niente”,
ma questo non è proprio possibile in quanto in questi mesi vanno chiusi tutti i
progetti nelle scuole e occorre essere ben presenti anche in comunità
d’accoglienza, ma non nego che la stanchezza si sente, mi accorgo anche dalle
reazioni del mio corpo e del mio cervello che i primi tre impegni li trattiene
in memoria, mentre gli altri 99 li cancella definitivamente, così al primo
appuntamento mancato e rimosso completamente ho deciso mio malgrado, di recarmi
in farmacia e avanzare questa richiesta: “mi dia una bomba”. Chiaramente il
farmacista ha chiesto informazioni più precise a riguardo e mi ha messo di
fronte a due scelte: ricostituente o ricostituente con energia. Il secondo mi
sembrava più in linea con la mia richiesta, così per due settimane sono tornato
alle classiche fialette che da bambino avevo tanto odiato e che a 44 anni mi
tornano necessarie, chiaramente il contenuto è più adatto alla mia età.
Con la primavera si anima anche il mio quartiere, al primo
sole che riscalda le umide giornate di pioggia ecco che i bambini escono sul
prato del giardino comunale e giocano liberamente mentre le loro mamme, con i
vestiti tradizionali molto colorati, sembrano che facciano veramente festa a
questa primavera, la gente esce di più, si sente un rumore diverso del
quartiere, certo le lingue sono molte e si mescolano, a volte faccio fatica a
capire che sono in Italia. Quando mi affaccio sul mio balcone ed osservo, o
quando scambio due parole con le ragazza che mi abitano accanto, oppure quando
camminando per le strade del quartiere scambio
saluti con persone che conosco, mi rendo conto di quanto sia importante per me
essere qui, il luogo che si sceglie di abitare e quindi le relazioni che si
possono vivere, determinano il proprio vissuto e la propria vita, questa
contaminazione è inevitabile.
Per quanto mi riguarda questo è un punto
essenziale nella mia scelta di vita, quando non più con la fraternità dei
piccoli fratelli del Vangelo ma da solo, ho iniziato a vivere la spiritualità
di nazareth inserendomi a Porto Sant’Elpidio, ho voluto mettere ben chiaro al
centro del mio progetto il mescolarmi tra la gente. Gli anni sono stati lunghi
e tutti necessari perché mi lasciassi plasmare prima di tutto dalle persone incontrate
e dalle situazioni che ho conosciuto, così anche oggi mi accorgo che prima di
essere seme è necessario scegliere la “massa” con cui mescolarsi. E’ ancora un
cambio di prospettiva, una visione nuova rispetto alla mia scelta di piccolo
fratello, non più al centro “l’essere lievito nella pasta” o “il seme nel
solco”, ma prima ancora di questo “la scelta della massa”. Guardarmi dalla
prospettiva del seme o del lievito vuol dire ancora partire da me e da quello
che ritengo importante nella mia scelta di vita, mentre scegliere la massa
significa oggi dare importanza prima di tutto alle realtà sociali complesse e
riconoscerle come il luogo privilegiato in cui Dio già abita e si manifesta.
Essere qui a Lido 3 Archi è una mia scelta personale, del tutto anonima e
completamente invisibile, nessuno mi ha chiesto di venire qui, nessuno mi
aspettava, ho scelto io di venire qui, mi sono cercato l’abitazione, ho scelto di avere uno stile di vita semplice
e sobrio, cerco di creare contatti con tutti indistintamente, ma non posso
andare oltre. Posso scegliere la massa in cui vivere e mescolarmi, ma non posso
né scegliere, né determinare quello che saranno i frutti della mia presenza qui
come piccolo fratello: questa mi sembra una vera ricchezza, una grande
possibilità. L’abbandono di cui parla spesso Charles de Foucauld, è prima di tutto
fondato e reso concreto dalla fiducia che lui ha sperimentato non solo nelle
parole del Vangelo, ma nelle persone con cui scelse di vivere, Dio ha avuto una
smisurata fiducia non nelle sue parole, ma nell’uomo.
“Cos’ è il Regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul
terreno, dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce, come
egli stesso non lo sa” Mc, 4,26-27
domenica 7 aprile 2013
Che rumore fa?
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| Granello di senape |
Che rumore fa il chicco di grano o qualsiasi altro seme che
si spacca, si mescola con la terra e lentamente si sviluppa in piantina? Credo nulla,
o meglio fa rumore ma è talmente impercettibile che ci accorgiamo di tutto il suo processo, solo quando ormai è
evidente il frutto, anzi ci accorgiamo del frutto solo perché risponde ad un
nostro bisogno. Trovo sempre più difficile rendermi conto di come la vita e le
situazioni ad essa collegate si sviluppano nel succedersi quotidiano dei
giorni, sembra sempre più faticoso avere uno sguardo attento e lungimirante
sulla realtà che ci circonda o che viviamo concretamente, tanto che prendiamo
consapevolezza delle situazioni solo quando emergono prepotentemente e magari
in maniera violenta; l’anonimato, lo spazio privato che viviamo ormai in
maniera sempre più netta, ci ha tolto completamente quella capacità di passare
parole, di accorgerci anche dei minimi cambiamenti degli altri, di gioire
insieme o di “compartire” le fatiche, si perché le fatiche da soli diventano
macigni, ma insieme sono possibili da sostenere. Questi pensieri che scrivo
hanno come sottofondo emotivo i fatti dei giorni scorsi, ossia della scelta
drammatica delle tre persone a Civitanova, ma non solo loro, tanti sono nelle
condizioni disperate, di fatica, di isolamento, di difficoltà economica e
relazionale, si perché non possiamo non tener conto che si stanno logorando i
legami affettivi, i riferimenti famigliari e sociali; la crisi, la mancanza di
lavoro, i tagli e il rigore, i mercati e lo spread insieme all’incapacità della
classe politica, sta impoverendo non solo le nostre tasche ma il tessuto
sociale, una comunità che non è più
capace di agire insieme per trasformare un tempo di crisi in possibilità per
tutti, è divenuta semplicemente “un mucchio di individui” non certo una
società.
Questo tempo e questo passaggio storico stravolge e scuote
anche la mia fede; non riesco più a mettere insieme la ripetitività e la
stanchezza che spesso si respira nelle nostre chiese e la forza stravolgente
che ha manifestato Gesù di Nazareth, che a ben vedere si è Incarnato in un
tempo durante il quale le problematiche e le situazioni sociali non sono poi
così distanti dalle attuali: soprusi, violenze, disuguaglianze,
discriminazioni, abuso di potere politico e religioso, producevano vittime tra
gli strati più popolari della società tanto quanto oggi.
Gesù non è stato un
cantastorie, o un incantatore di serpenti, le sue parole sono andate dritte nel
cuore della società, hanno spezzato, rotto un sistema non a favore dell’uomo e
allo stesso tempo non hanno distrutto, ma ridato vita, hanno aperto un orizzonte di novità: ha sempre
parlato di Regno di Dio, espressione che nei secoli abbiamo provveduto
scaltramente a disinnescare, manipolandola, sfumandola, interpretandola
eccessivamente, mentre Lui aveva detto con una semplice immagine, che il Regno era
paragonabile ad un piccolo seme di senape capace, quando cresce, di accogliere
tutte le specie di uccelli del cielo.
Vedo in questo seme che cresce e che
diventa un arbusto di senape, l’immagine di una lenta trasformazione della vita
della comunità cristiana, che si lascia accogliere dal tessuto umano dove vive
e dove è sempre più una minoranza, dove si affatica con gli altri lungo il cammino,
dove vive il silenzio al posto della frenesia di dare consigli e snocciolare
verità salde, dove non si spaventa di abitare il dubbio proprio e quello degli
altri, dove sa affaticarsi con le donne e gli uomini di questo tempo e
soprattutto dove è capace di far maturare, sviluppare la condivisione e il
senso di responsabilità verso gli altri. Come il seme che si spacca, la
comunità cristiana si mobilita.
mercoledì 3 aprile 2013
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