Non so per quale strano motivo, ma questa sera mi frulla in testa la parola “fedeltà”, certamente se mi raggiunge e come una nota che si ripete o un ritornello incantato che si ripropone, ha un appiglio qua e là nel mio vissuto di questi giorni, non importa, del resto è una bella e gradevole parola, e come ogni cosa bella contiene anche un po’ di gusto amaro.
La penso in relazione a Dio in particolare, non certo per fissazione o per bisogno di sacralizzare tutto forzatamente, ma è in Lui che ho sperimentato la forza non violenta della fedeltà. La prima sfumatura che mi sembra di cogliere questa sera non è tanto in risonanza alle dinamiche relazionali, quanto piuttosto alla dimensione dell’intimità con noi stessi, riguarda ciò che ci abita. La fedeltà è una libertà interiore, uno sguardo disarmato e nudo, è un aver abitato con delicatezza e piena accettazione, ciò che siamo e ancor meglio, ciò che è avvenuto in noi. È un dimorare, privo di aspettative e pretese, in quello che è il cuore del nostro essere.
Fedeltà probabilmente è la parola
che esprime, da voce e suono all’aver trovato una Presenza in quel luogo
nascosto in noi, una Presenza nuda e priva di parola. Ecco che si dimora in
questa scoperta, in questo ritrovarsi abitati, in questa dimensione unificata
ma non uniformata. È come il silenzio di cui ha bisogno ogni esperienza umana
per essere davvero integrata, incorporata: la fedeltà è quel silenzio che
lascia radicare in noi un punto d’appoggio. La fedeltà è qualcosa che precede
ogni relazione, proprio perché è frutto della Relazione. Non pretende, non
vincola, non ricatta, non controlla, non chiede il contraccambio, non giudica,
non misura.
La fedeltà non possiamo autodeterminarla in noi, non è frutto delle nostre mani e delle nostre capacità, nasce da un incontro, e precede ogni incontro, è esattamente il suono dell’inizio che si produce nell’unificazione tra Colui che è Presente e noi che ci facciamo facilmente raggiungere.



